SETTE BAMBINI RIMASERO SOLI

Autore: Luca Esposito
GdR: Sine Requie
Impostazione grafica e impaginazione: Daniele Iannucci
Editing: BaLaura Settele
Correzione di bozze: Anna Pittone

Sette bambini rimasero soli,

nessun parente, né genitori.

Durante il 1915, con la Grande Guerra in corso, sette bambini furono portati all’orfanotrofio Santa Barbara, a Roma. Emilia, Francesco, Ursula, Carlo, Irene, Leonardo e Roberto. Tutti in vita, al massimo, da qualche mese.

Uno sparì presto, non vide mai gli altri,

rimasero in sei, soli tra i mostri.

Col passare del tempo, il legame tra i sei bambini divenne sempre più forte, crescendo insieme tra giornate di giochi e scherzi, dormendo persino nella stessa stanza, nonostante molte altre fossero vuote. Fu quando la prima compì cinque anni che l’incubo cominciò e scoprì perché non ricordava di aver mai visto bambini più grandi di lei nella grande casa.

Scomparsa di notte senza un lamento,

cinque amici lasciò nello scontento.

Al mattino, i cinque si accorsero che la loro compagna era assente. I dipendenti dell’orfanotrofio li rassicurarono: “Ha trovato una nuova casa”, dissero. Ci credettero tutti, tranne il più grande che, approfittando dei momenti in cui riusciva a sgattaiolare via, cercava la sua amica tra le stanze dell’ orfanotrofio. Una volta uscì perfino all’esterno, ma non fece più di venti passi nel mondo prima di provar paura e decidere di tornare indietro. Poi un giorno, anche lui, compì cinque anni.

In quattro nei letti, con gli occhi sgranati,

sentono piangere, son spaventati.

Un altro bambino stava sparendo nella notte. Si era preparato, sapeva sarebbe accaduto, decise di svegliare i suoi amici: loro avrebbero potuto aver successo dove lui aveva fallito.

Tutti e quattro i bambini rimasti nei loro letti sentirono i suoi pianti sommessi e dei passi pesanti. Solo quando il rumore fu abbastanza distante si alzarono intimoriti e, tenendosi per mano, iniziarono a seguirlo.

Arrivarono alle cucine, dove non gli era permesso entrare. Dall’esterno della stanza sentirono un forte rumore, come il tonfo di una porta sbattuta. Aspettarono qualche istante, avevano le lacrime agli occhi. Si strinsero più forte, facendosi coraggio l’un l’altro, ed entrarono. All’interno della stanza non c’era nessuno ma dei sacchi di farina spostati avevano scoperto una grossa botola. Ci volle la forza di tutti e quattro i bambini per alzarla, svelando una scala.

Ancora una volta si strinsero, iniziando la discesa. In fondo alla scala c’era un’altra porta, lasciata socchiusa. Dall’interno provenivano strani canti, quasi un coro, ma fu altro ad attrarre la loro attenzione: il pianto dell’amico perduto. Sbirciarono.

Quella notte persero la loro innocenza.

Una donna danzava e cantava in piedi su un lungo tavolo di pietra imbandito mentre quattro uomini vi sedevano intorno, battendo le posate e accompagnando il canto. Un’altra donna, in fondo alla sala, teneva il loro amico per le braccia vicino a una specie di altare mentre una terza leggeva in una lingua sconosciuta e ad alta voce dei versi da un libro. Tutti, tranne il bambino, erano nudi e indossavano maschere spaventose.

Quando la lettura si fermò, lo stesso fece anche il canto. La donna col libro prese un coltello e tagliò le vesti del bambino. Tutti si alzarono, lo trattarono come un oggetto, facendo cose che i quattro bambini ancora non comprendevano. Capivano bene, però, le lacrime e le urla del loro amico. Dopo qualche minuto, la donna riprese il coltello, tutto si tinse di rosso e i commensali ebbero carne con cui banchettare.

I bambini stavano trattenendo il pianto, con le mani davanti alla bocca, ma una cedette. Gli sguardi degli adulti furono su di lei.

Quattro i bambini a spiare scoperti,

tre i rimasti, dai destini incerti.

Prima che i tre facessero la stessa fine dei loro amici, uno degli adulti ebbe l’idea di annetterli al culto. Erano i bambini più grandi dell’orfanotrofio, ce n’erano tanti altri da poter sacrificare. Ci fu una breve discussione, poi decisero: i bambini sarebbero stati introdotti alla Demonologia.

Così crebbero: tra lezioni di occulto, riti, sacrifici e orge.

Fu durante quel periodo che scoprirono dell’esistenza del primo bambino, quello che morì troppo piccolo perché potessero averne memoria.

Il rapporto tra i tre divenne unico, indistruttibile. Non provavano però piacere in ciò che facevano, si trattava solo di sopravvivenza.

Era il 1940 quando, a venticinque anni, i due ragazzi partirono in guerra, separandosi per la prima volta dalla loro amica. L’impatto psicologico della battaglia fu quasi facile da sopportare: avevano visto e vissuto di peggio. Ma la guerra è guerra e gli incidenti capitano.

Una a casa, ormai mostro lei stessa,

rimasero in due, per un proiettile in testa.

I due sopravvissuti, distanti chilometri, passavano qualche minuto di ogni notte a guardare il cielo, li faceva sentire più vicini. Ma quando la notizia della morte del terzo giunse all’orfanotrofio, lei smise di guardare la Luna.

Poi fu il Giorno del Giudizio. Lui vagò per un po’ senza meta cercando di sopravvivere, finché il Papa non prese il potere. Non fu il desiderio di vendetta a spingerlo ad entrare nell’Inquisizione ma la speranza di salvare altri bambini, così che nessuno dovesse più vivere ciò che Lui aveva vissuto. Nel 1955 finalmente smise di essere un Sotium Inquisitoris e poté brandire la sua Corona Spinarum che dedicò all’Arcangelo Raguel, rappresentazione della giustizia, dell’equità e dell’armonia, concetti che gli erano sempre parsi distanti, a volte irraggiungibili.

L’orfanotrofio Santa Barbara fu la sua prima meta. Era notte quando entrò con calma dalla porta principale, come chi torna a casa dopo tanto tempo. Senza farsi sentire arrivò alle stanze dei bambini e si assicurò che stessero dormendo. Andò verso la botola, scese le scale e si fermò davanti a quella porta che aveva varcato decine di volte: sbirciò. Era Lei adesso ad officiare i riti, con una mano teneva un coltello, con l’altra il braccio di un bambino. Prese un bel respiro, poi accese il motore della Corona Spinarum. Fu un massacro, risparmiò solo Lei.

Lui la guardò negli occhi, le porse la mano e le sorrise. “Andiamo via, è finita, i bambini sono salvi”.

Una vita intera passò in quei secondi di silenzio che Lei spezzò.

“No”.

Il suono seguente non avrebbe voluto sentirlo mai più: quello di un bambino che muore, con la lama d’un coltello infilata in gola.

Riaccese la Corona Spinarum.

Pianse per ore, lì dentro, rosso lo sfondo.

Oggi è forte, è famoso, ma è solo al mondo.

Vuoi scaricare la versione in pdf del racconto? Compila questo form

    I campi contrassegnati da una * sono obbligatori.

    Vota il racconto!

    Ora tocca a te!
    Ti è piaciuto il racconto? Esprimi un giudizio da una a cinque stelle. Fra i 10 racconti selezionati dalla redazione, quello che otterrà il punteggio più alto sarà pubblicato sul primo numero della rivista Turno Zero.