Pozioni e antidoti Elisa Naretto

POZIONI E ANTIDOTI

Autore: Elisa Naretto
GdR: Hogwarts

Rebecca Miller quel giorno era andata a lezione di Pozioni. L’aula si trovava nei sotterranei, un posto freddo e umido dove l’assenza di finestre rendeva impossibile l’accesso a qualsivoglia luce esterna, per questo motivo Rebecca ci andava solo per poter prendere parte alle lezioni, altrimenti mai avrebbe visitato quel punto di Hogwarts.
Sapeva che da qualche parte in quello stesso sotterraneo c’era la Sala comune dei Serpeverde ma, anche se la curiosità di visitarla era tanta, purtroppo non poteva farlo: lei era una Corvonero e solo i Serpeverde potevano entrarvi.

Era arrivata puntuale a lezione. Si era seduta in uno dei banchi nella prima fila, dopo aver sistemato i libri e l’occorrente per scrivere. Aveva poi posato in terra la borsa quando notò una Grifondoro del suo stesso anno avvicinarsi al banco libero vicino al suo. Aveva i capelli castano scuri, lunghi fino alle spalle e lisci, gli occhi erano molto particolari, di due colori diversi: uno verde, come le fronde dei salici, l’altro azzurro, come il cielo sereno. La conosceva solo di vista, le sembrava che si chiamasse Barbara.
«Posso sedermi?» la sua voce era timida e dolce.
Le labbra di Rebecca si curvarono in un sorriso gentile e spostò la sedia del banco accanto al suo in modo che l’altra studentessa potesse sedersi.
«Certo, siediti pure», rispose.
Barbara si accomodò e in breve la classe si riempì di studenti.
Cinque minuti prima dell’inizio delle lezioni arrivò la professoressa Serenity Hunter: un’insegnante severa, ma sempre pronta a dare una mano al bisogno.

Durante la lezione Rebecca ascoltò con attenzione le parole della professoressa, prendendo appunti meticolosi sulla preparazione dei veleni, su come preparare gli antidoti, come somministrarli e su come capire quando un essere era stato avvelenato.
Per la prima volta la professoressa aveva portato con sé alcuni animali vivi per mostrarli alla classe: erano malandati, quasi morenti, ma nonostante tutto fissavano gli alunni in modo guardingo.
Un furetto, in particolare, aveva gli occhi fissi su di lei, quando Rebecca aveva alzato lo sguardo infatti aveva trovato quello della creatura e i loro occhi si erano incatenati inevitabilmente.
Quei poveri animali venivano dall’aula di Cura delle Creature Magiche ed erano stati affidati alla Hunter nella speranza che potesse salvarli. La donna aveva quindi pensato che sarebbe stata una buona occasione per far fare ai suoi studenti un po’ di pratica sugli antidoti.
Poveri non oso immaginare quanto stiano soffrendo, pensò addolorata la Corvonero con gli occhi ancora fissi sul furetto.

Dopo la parte teorica, la Hunter annunciò che sarebbero passati alla pratica. Diede un’ora di tempo agli alunni per preparare l’antidoto che avrebbe salvato l’animale al quale avevano deciso di somministrarlo.
Rebecca a quella richiesta tornò un attimo ai suoi appunti, poi risollevò la testa riservando un’altra occhiata alla piccola creatura; vedendo il suo corpo scosso da tremolii e sentendo i gemiti di dolore che emetteva, si convinse che quella era la creatura della quale voleva occuparsi.
Farò tutto il possibile per salvarlo, fece come promessa a sé stessa, ma soprattutto a lui.
Si diresse verso l’armadietto alle spalle dell’insegnante. Controllò sui suoi appunti, scritti in bella grafia e ben ordinati, l’occorrente da cercare e, una volta trovato tutto, si diresse verso la cattedra.
«Professoressa vorrei creare un antidoto per tentare di salvare… Jarvey», questo il nome che lesse sulla gabbia del furetto.
Il tono della voce di Rebecca era deciso, sentiva la sofferenza di quell’essere e questo la turbava profondamente.

Durante la lezione la Hunter aveva spiegato la situazione generale degli animali in aula e le cure da lei applicate: l’insegnante aveva somministrato loro una dose di antidoto sufficiente a evitare che morissero in fretta, nulla di più.
Rebecca prese il furetto dalla gabbia e ritornò al suo banco. Lo posò sul piano e accarezzandolo sentì il suo morbido e vaporoso manto.
Si chinò verso l’animale e sussurrò piano: «Ti prometto che farò il possibile per salvarti».
Gli diede una seconda carezza e tirò un profondo sospiro per poi mettersi all’opera.
Prese la boccetta contenente il veleno del quale era stato vittima l’animale che, a detta della sua insegnante, era quello del Runespoor. Mentre ne rovesciava il contenuto nel calderone, gli occhi azzurri di Rebecca caddero di nuovo sul furetto.
Come si fa a fare del male a una creatura così bella? si chiese per poi abbassare di nuovo lo sguardo sulla pozione. Doveva concentrarsi e lasciare fuori tutto il resto se voleva salvare l’animale.
Dopo il veleno aggiunse, come da manuale, due dosi di antidoto naturale: questo si otteneva da creature superiori in rango al Runespoor nella catena alimentare.
L’ansia iniziò a pervaderla.
Aggiunse al preparato 4 millilitri d’acqua e accese il fuoco a fiamma alta.
«Stai tranquillo», disse rivolgendosi a Jarvey.
Aggiunse due foglie di Griffonia Simplicifolia e mescolò cinque volte in senso orario.
Aveva davvero paura di non farcela e che quel povero animale sarebbe morto. Si asciugò gli occhi sempre più umidi a quel pensiero.
Coraggio, ce la puoi fare Rebecca! Coraggio! si disse, sistemandosi una ciocca dei lunghi capelli ramati dietro un orecchio.
Sollevò gli occhi verso la professoressa, ma la donna era troppo occupata per accorgersi di lei e si concentrò di nuovo sul contenuto del suo calderone che era appena diventato blu opaco.
Controllò sui suoi appunti: cosa avrebbe dovuto fare a quel punto.

«Tre radici di Tribulo», le suggerì sottovoce Barbara, accennando un sorriso rassicurante.
Rebecca annuì ricambiando il sorriso e aggiunse quanto detto al resto della pozione, augurandosi che fosse un buon segno il fatto che questa fosse diventata di un blu più intenso.
Procedette aggiungendo una nuova foglia di Griffonia e attese due minuti, proprio come dicevano i suoi appunti.
Un fumo di colore argento si sollevò dal calderone.
«Spero sia un buon segno», disse a bassa voce.
Barbara al suo fianco annuì debolmente.
Aggiunse quindi una provetta di sangue d’unicorno. Si era sempre sentita in colpa nell’usare quell’ingrediente, ma se avrebbe contributo a salvare tante vite come quella di Jarvey allora ne valeva la pena.
Aggiungo una foglia e mezza di Griffonia e lascio riposare, Rebecca attese, dando un’altra carezza al furetto e sorridendogli dolcemente.
Il fallimento era un’opzione, lo sapeva, ma la consapevolezza di aver tentato tutto le diede conforto.
Quando tornò a fissare il contenuto del calderone, scoprì che era diventato verde, aggiunse quindi due dosi di Laccaria e iniziò a spalmare la pozione ottenuta sui fori del morso che il Runespoor aveva lasciato sul corpo del furetto.
«Professoressa ho finito», annunciò a quel punto, intrecciando le mani dietro alla schiena.
Teneva lo sguardo fissò davanti a sé non avendo il coraggio di guardare la ferita dell’animale per timore di vedere che i segni cutanei provocati dal morso, come i sintomi, non stessero scomparendo come avrebbero dovuto.
Incrociò le dita, augurandosi con tutta sé stessa di salvare quello che ormai sentiva inspiegabilmente come un amico e sperando sopra ogni cosa di non aver peggiorato la situazione col suo intervento.
Trattenne il fiato, mentre la Hunter si avvicinava a controllare il suo operato, e si sforzò di mantenere la calma.

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