Peripezie di un famiglio forzato Maria Cristina Manzoni

PERIPEZIE DI UN FAMIGLIO FORZATO

Autore: Maria Cristina Manzoni
GdR: Dungeons & Dragons 3.5
Impostazione grafica e impaginazione: Anna Pittone
Editing: Barbara Dongarrà
Correzione di bozze: Anna Pittone

Il fastidio della musica mal suonata e del chiacchiericcio degli avventori era appena sopportabile per le sue delicate orecchie, ma almeno il pasto servito si era rivelato più buono del previsto.

Si stava giusto godendo la combinazione di spezie che condiva egregiamente il semplice, ma ben cotto, pollame, quando una donna trafelata era entrata dalla porta e si era avvicinata all’oste, chiedendo a gran voce del figlio, a quanto pareva nipote dell’uomo. Il ragazzo non era tornato a casa dalla sera prima, quando era uscito dicendo di dover sbrigare un lavoretto per lo zio.

Nixia sbuffò, addentando un altro pezzo di pollo. Immaginava di certo quale fosse il “lavoretto” in questione.

La notte prima, la porta della camera in cui riposavano la sua protetta e una dei suoi compagni di viaggio era stata aperta silenziosamente: segno che i due uomini che si erano introdotti nella stanza avevano la chiave.

Le due ragazze, stanchissime per il viaggio, avevano continuato a dormire.

I ladri non le erano mai piaciuti, ma la cosa che l’aveva fatta veramente arrabbiare erano stati gli sguardi lascivi che i due lestofanti avevano rivolto alle ragazzine.

Ormai si era affezionata a quello squinternato gruppo di cuccioli, che non aveva la benché minima idea di chi si stessero portando dietro come un comune famiglio.

Tutto era cominciato con quel maledetto mezzo drago, semi-divinizzato in modi poco chiari e dalla faccia perennemente sorridente, da farle pensare a una paresi.

Se doveva proprio essere sincera (cosa che era solo quando le conveniva) tutto era iniziato con quello “stramaledetto” ragazzino dalle scaglie rosse.

Una sovvenziona profumatamente un mago, strappandosi anche un pezzettino di cuor… ehm, tesoro, perché crei un bastone da aggiungere alla sua collezione di potenti oggetti magici, che ti arriva un giovane e borioso Rosso a reclamarlo per sé. Dileggiandoti, oltretutto, per la supposta inferiorità della tua stirpe.

Anche realizzando che il “ragazzino” non avesse ben compreso la veneranda età di chi si trovasse di fronte, quella manifestazione d’autocompiacimento e le ingiurie alla propria specie erano state abbastanza irritanti da farla imbestialire tanto da utilizzargli contro la ben nota debolezza della “supposta” superiore stirpe.

Non era stata certo colpa sua se quello non fosse proprio tosto come si era proclamato e che non fosse sopravvissuto a quella semplice Tempesta di Ghiaccio.

Il problema era sorto nello scoprire che il morto in questione altri non fosse che uno dei favoriti, almeno in quel momento, della dea Tiamat. Dea che, si sa, non è certo quella con il carattere migliore tra i Figli del grande Padre Drago.

E qui, era entrato in gioco il mezzo-drago, apparso alla corte del Venerabile Padre (per caso, a suo dire), mentre Tiamat pretendeva vendetta, offrendosi d’intervenire al suo posto.

Avendo questi una figliola di cui, fino a pochi mesi prima, non conosceva l’esistenza (cosa che succede quando hai numerose scappatelle) e volendo in qualche modo rimediare ai tanti regali di compleanno mancati (e guadagnandosi così anche un favore dalla Dea dal caratteraccio, cosa che non guasta mai), aveva vincolato Nixia alla ragazzina come famiglio, riducendola alle dimensioni di una cucciola della sua specie e impedendole di poter prendere forma umanoide.

Il risultato era stato che Tiamat si era sentita soddisfatta dell’umiliazione che le era stata inflitta per mano del “volenteroso” galoppino degli Dei e aveva spostato lo sguardo altrove; d’altra parte, lei si era ritrovata a fare da bambinaia involontaria a sei ragazzini dalla conoscenza della vita reale praticamente nulla.

Lei, Nixia, la Regina della Notte, la Signora delle Ombre, una dei più anziani della sua genia, distruttrice d’imperi, signora di una fitta rete di sudditi, padrona di uno dei più magnifici tesori mai visti in possesso di un drago, ridotta all’umiliante ruolo d’animaletto da compagnia.

Eppure (ancora ammettendolo solo con se stessa), la situazione, forse, non era proprio negativa. Alla fine, si era resa conto che prima di quel fatto stava cadendo vittima, come spesso succedeva ai vecchi come lei, del nemico più malefico della sua razza: la noia.

Dormire tutto il giorno, svegliarsi e contare uno per uno i suoi tesori, fino all’ultima moneta, solo per riaddormentarsi e ricominciare al nuovo risveglio.

Noia mortale perfino in quello che, una volta, le dava estremo piacere e orgoglio.

Eppure, appena ne avrebbe avuto l’occasione, avrebbe fatto rimangiare al sorridente mezzo-drago la decisione presa.

Le sfuggì un sorrisetto e, suo malgrado, assottigliò lo sguardo di piacere alla grattata che le arrivò dietro la base del capo.

I suoi occhi, rossi come rubini, si volsero a incontrare quelli celesti della giovane draghessa dall’aspetto di mezzelfa, scivolando poi sulla carnagione rosea, le curve troppo tornite per un retaggio elfico e la massa di capelli dorati.

Zefiranya era bella da togliere il fiato.

Nixia amava il bello: i suoi uomini erano stati maschi forti e dalle spalle larghe, carismatici e volitivi, mentre le sue donne procaci, gentili e al contempo determinate. E Zefy rientrava esattamente nella tipologia.

Non sarebbe stato difficile utilizzarla come rivalsa contro il “paparino”: gli sguardi della ragazza non si limitavano ad accarezzare solo le forme maschili e non guastava certo che le arti mistiche di Nixia le permettessero di manipolarne i sogni. Le notti di Zefiranya erano riscaldate da intensi amplessi con una donna dalla pelle lattea e lunghi, setosi capelli neri.

Non era propriamente etico, ma Nixia era abbastanza vecchia da infischiarsene delle questioni come bene e male, caos e legge. Sedurre la giovane era il suo obbiettivo, tutto il resto sarebbe stato un piacevole bonus.

C’era vicina, lo sapeva, le mancava poco: doveva solo riuscire, non tanto a rompere l’incantesimo che la vincolava, ma a eroderlo quel che bastava per permetterle di assumere di nuovo forma umana e la giovane stregona sarebbe stata sua.

La discussione della donna con l’oste, di sottofondo ai suoi pensieri, le diede da sorridere: dubitava che l’uomo si fosse accorto della presenza di due pennuti in più nel recinto sul retro, ma ormai non erano certo più affari suoi.

Continuò a mangiare il suo arrosto di pollo, davvero soddisfatta di quanto si fosse rivelato buono.

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