L’INVASORE

Autore: Marco Actis-Dato
GdR: Dungeons & Dragons 3.5
Impostazione grafica e impaginazione: Anna Pittone
Editing: Laura Settele
Correzione di bozze: Barbara Dongarrà
Illustrazioni: Barbara Dongarrà

Quando l’elfo arrivò all’accampamento il sole era già basso sulla foresta e la foschia, che cominciava a sollevarsi dal terreno, era tinta di un pallido rosa. Alcuni dei bambini giocavano tra le capanne stuzzicando il cucciolo che avevamo portato con noi e le donne avevano appena acceso il grande falò nel centro. Io, ormai tra i più anziani, ero sollevato dalla maggior parte dei compiti così, come al solito, ero seduto per terra, proprio davanti l’ingresso della mia capanna, fumando la pipa e godendomi la vista del sole che moriva sul villaggio.
Sul subito non riconobbi l’invasore: era alto e robusto per essere un elfo e giunse dal nulla, silenzioso come un’ombra, con le lame già sguainate. Prima che i nostri guerrieri potessero armarsi aveva decapitato una donna e trafitto una guardia. Questo mi fece pensare che non sapesse distinguere i nostri maschi dalle femmine.

Gridava e aveva corpo e volto dipinti di azzurro acceso e probabilmente era sotto l’effetto di qualche sostanza allucinogena.
Non potevo certo biasimarlo, dopotutto sapeva di venire incontro alla morte.
Conosco bene il linguaggio comune, ma appena qualche parola di elfico, così non potei capire pressoché nulla di ciò che gridava, tuttavia sapevo perfettamente perché aveva deciso di gettarsi in quell’assalto suicida. Erano orgoglio e desiderio di vendetta a muoverlo; cose che non avrebbero mai ucciso qualcuno della mia razza e che invece stavano per dimostrarsi letali per lui.
Vecchio e gracile come sono, sarebbe stato inutile intervenire nel combattimento, così mi limitai a richiamare i piccoli spaventati, facendoli nascondere all’interno della capanna e, nonostante le loro proteste, mi feci consegnare il cucciolo che misi in grembo e accarezzai, più che altro per distendere i nervi.

Finalmente i nostri guerrieri entrarono in azione. Gli arcieri tiravano sull’elfo nascondendosi dietro al cerchio dei lancieri, più vicini e cauti nell’attacco. La loro strategia era quella di far stancare il nemico, un avversario di gran lunga più forte del nostro guerriero migliore. I lancieri non attaccavano veramente, fintavano. Intrattenevano l’ospite. Erano gli arcieri che lo dovevano colpire, non importava dove, sarebbe stato sufficiente infliggergli leggere ferite una dopo l’altra, anche solo alle gambe o alle braccia, finché non fosse stato troppo debole e allora i lancieri lo avrebbero finito. Perciò non importava molto se i nostri arcieri erano ciechi come talpe e i nostri lancieri dei codardi.

Sentivo l’invidia crescere in me, mentre lo osservavo. L’intruso era un bel esemplare di elfo: aveva lunghi capelli biondo arancio, che quasi si confondevano con l’ultimo bagliore del sole, il suo viso era armonioso e il suo corpo era tonico e bello da guardare. Sentivo l’invidia bruciarmi dentro, mentre quello gettava via qualcosa che non avrei mai neanche sognato di possedere. Se avessi avuto un corpo come il suo e la sua lunghissima vita probabilmente sarei stato il re del mondo. Invece ero una cosetta avvizzita, alta la metà di lui, di un debole verde bitorzoluto. Mi restavano pochi capelli grigi in testa e ormai dovevo succhiare i pasticci di carne che le donne trituravano per me, non avendo più un dente in bocca. Avevo ventisette anni. Quell’elfo invece aveva tutto e lo stava buttando via per qualcosa che non avrei mai capito. Questa consapevolezza me lo rese ancora più odioso, così cominciai a maltrattare il cucciolo, pizzicandolo, tirandogli i capelli, mettendomi a ridere quando infine scoppiò in un pianto disperato.
Quando l’elfo lo udì andò su tutte le furie, digrignò i denti e urlò più forte di prima. Abbatté tre dei nostri lancieri prima che due frecce lo colpissero al braccio destro e al fianco. Nonostante le ferite l’elfo si liberò degli assalitori scagliandosi verso di me e non nego che questo mi riempì di terrore per qualche istante. Non per nulla emisi un lungo peto e liberai le mie viscere proprio lì dove mi trovavo. Ma i nostri guerrieri lo colpirono alle spalle e poi, una volta che lui cadde al suolo, gli maciullarono gambe e braccia, lasciandolo ad agonizzare nel suo stesso sangue.
Era davvero un esemplare robusto della sua specie, quel tipo, perché nonostante le gravi ferite riuscì ancora a protendere una mano verso il cucciolo che tenevo in braccio. Negli occhi dell’elfo, resi umidi dal dolore fisico e da quello della grande frustrazione, lessi la sofferenza e la consapevolezza della fine imminente.
Quando parlò, farfugliando, finalmente capii una parola. Mi pare disse figlio, una parola che nella mia lingua non esiste. La nostra prole appartiene al villaggio e ci riferiamo a essa con un termine generico che la comprende nella sua totalità e che forse potrebbe tradursi nella lingua comune come progenie. Mi è stato spiegato che il termine figlio presuppone anche il concetto affetto di e questo è qualcosa che difficilmente riuscirei a spiegare agli altri, ipotizzando che avessi una ragione per farlo. Questa conoscenza del mondo umano ed elfico però mi fu utile quella sera.

Non appena le donne ebbero posto il pentolone sul fuoco feci voltare la testa dell’elfo, ormai paralizzato, in modo tale che lo avesse bene nel suo campo visivo poi, guardandolo sprezzante, gettai il suo cucciolo nell’acqua bollente. Naturalmente di lì a poco ci sarebbe finito anche lui, ma volevo concedermi un piccolo capriccio, di cui non posso che riconoscermi il diritto, considerando la disparità con cui gli dei hanno elargito i loro doni alla nostra nascita.

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