L’ASCIA E LA LANCIA

Autore: Marco Dezai
GdR: Dungeons & Dragons
Impostazione grafica e impaginazione: Anna Pittone
Editing: Daniele Iannucci
Correzione di bozze: Margherita Tortorelli
Illustrazioni: Matteo Fortini

La pianura di Ancala dormiva, mentre Bruga scrutava le nere nubi, cariche di pioggia, addensarsi all’orizzonte.

«Dovresti stare a riposare, ora», una voce lo distolse dai suoi pensieri, «tra le pelli della tana con delle compagne tra le braccia».

«Vecchio, dovresti essere morto?», rispose, volgendosi verso Zampa.

«Sì. Tua madre lo ripete spesso». Sulla faccia da rettile si dipinse un ghigno macabro. «Le dico che ci ho provato, ma è colpa di tuo padre: è stato lui a rubarmi la morte in battaglia».

«Ho sentito questa storia più volte di quanti alberi ci sono nel bosco». Le nubi si dipanarono e un lieve raggio di luce mise in risalto le scaglie azzurrognole di Bruga, mentre si metteva in cammino. A ogni passo la sua coda ciondolava da una parte all’altra.

«Dicono che la Tribù delle Corna Verdi abbia un guerriero molto forte e molto cattivo», lo raggiunse il vecchio.

«Morirà prima dell’arrivo dell’alba», rispose senza rallentare, «come tutti gli altri guerrieri. Puoi scommetterci le tue corna». Zampa si grattò con la mano la cresta spezzata sul cranio, poi si poggiò pesantemente sul proprio bastone, e iniziò a rimirare il cielo.

Il tramonto giunse lento e silenzioso, come un serpente che coglie all’improvviso la preda.

Nell’accampamento tutti i guerrieri erano pronti alla battaglia. Bruga scorse tra le file, andando a occupare il proprio posto a capo dell’assembramento. Guardò i compagni: le code si agitavano, gli occhi gialli scintillavano desiderosi di donare morte. Stringevano tra le mani ogni sorta di arma, dalle appuntite corna di cervo alle mazze di legno chiodato.

Si avviarono verso il centro della pianura senza nessun allineamento.

Ben presto, dal lato opposto, giunsero i guerrieri della Tribù delle Corna Verdi.

Buono, ci siamo, si disse Bruga, certo che anche questa volta lui e i suoi avrebbero vinto lo scontro e conquistato quella zona di caccia.

Bruga era molto più sicuro da quando aveva trovato una eccezionale arma degli umani e aveva imparato a usarla. Da allora la sua tribù non aveva più perso territori, anzi, ne aveva conquistati.

«Bruga», chiamò una voce dal mucchio, «questa notte berremo il loro sangue!»

Il guerriero si voltò con un ghigno sicuro e slegò la grande ascia dal fianco. Arma formidabile: tagliava da entrambi i lati e l’impugnatura era rivestita di pelle.

Le due fazioni si fermarono a una decina di passi l’una dall’altra. In attesa, mentre i capi tribù decidevano in che modo lo scontro sarebbe avvenuto: se un guerriero per parte oppure uno scontro di massa.

Bruga studiava i suoi avversari, cercando di scorgere il migliore tra essi e di sincerarsi che non avesse un’arma possente quanto la sua.

L’unica cosa interessante che i suoi occhi notarono fu una lancia; arma assai debole rispetto alla propria e, oltre tutto, era una femmina a impugnarla. Probabilmente, sino a poco prima, l’aveva usata per far cadere la frutta dagli alberi. Il guerriero straordinario di cui aveva parlato l’anziano doveva nascondersi nel gruppo per non mostrarsi e non mostrare la propria arma.

I due capi tribù fecero ritorno ai rispettivi schieramenti. Bruga andò incontro al vecchio Zampa: «Dimmi Vecchio, è uno scontro a uno, finiamo subito e ce ne torniamo a casa?»

Zampa lo guardò negli occhi, lo afferrò per una delle grosse creste che aveva sul capo e lo scosse affettuosamente. «Vogliono tutti lo scontro. Sanno che abbiamo un buon guerriero, il migliore».

Zampa si allontanò, andando a prendere posto su una pietra assieme all’altro capo villaggio. Avrebbero passato il tempo, parlando di quanto gli inverni si facessero sempre più freddi e ricordando qualche avventura vissuta in gioventù.

I guerrieri si scagliarono contro gli avversari, Bruga stringeva salda nelle mani la propria arma in attesa. Sentiva il clangore delle armi, udiva le urla e sapeva, dentro di sé sapeva, che dall’altra parte il campione avversario stava facendo lo stesso.

La pioggia iniziò a cadere dal cielo, per Bruga fu il segnale d’inizio. Alzò l’ascia e si gettò nella mischia sferrando colpi ai nemici, quelli con piante o foglie legate alle corna. Mentre la sua ascia saziava l’immensa sete di sangue, il guerriero cercava, con rapide occhiate, il temibile avversario: per un po’ non scorse nulla, oltre corpi cadere al suolo e schizzi di sangue levarsi al cielo, poi un compagno gli cadde davanti, trafitto.

Bruga vide la femmina della frutta estrargli la lancia dal petto, fissando lui, per poi tornare a sferrare colpi mortali tra le fila. Bruga guardò quegli occhi neri, spaccò in due la gabbia toracica di un altro. D’improvviso il tempo sembrò rallentare: Bruga guardava la raccogli frutta abbattere altri avversari, sinuosa e rapida come la più selvatica delle furie. Roteava e affondava la sua lancia nei corpi avversari ancor prima che essi riuscissero a sferrare un sol colpo. Il guerriero prese a combattere con più foga: la sua ascia staccava e fracassava membra nemiche come un demone infuriato. Erano a pochi passi l’uno dall’altra, combattevano senza staccarsi gli occhi di dosso, ma ancora troppo distanti per affrontarsi. Nelle loro viscere, il desiderio crescente di uno scontro faccia a faccia.

Vicini, finalmente! Non ebbero il tempo di pensarlo, che altri guerrieri si frapposero tra loro.

Si persero di vista.

Bruga cercò la femmina, facendosi strada a colpi d’ascia, ma a ogni passo i nemici si accalcavano sempre di più. La sua arma calava rabbiosa, ma per quanti corpi abbattesse non riusciva a guadagnare terreno.

Il suono dei corni rituali che annunciava la fine dello scontro arrivò senza preavviso. Tutti i guerrieri si arrestarono. Bruga fermò l’arma a poche dita da un cranio avversario. I capi tribù avrebbero contato i propri morti e tirato le somme per decidere chi era il vinto e chi il vincitore.

Bruga cercava la femmina con la lancia tra i caduti.

«Ti facevo morto», sopraggiunse una voce alle sue spalle, «sarei rimasta delusa se ti avesse ucciso qualcun altro».

Si voltò. Sentì un nodo sciogliersi nella pancia nel vedere viva la raccogli frutta. «Femmina, non l’avrei concesso a nessuno».

«Bella la tua arma», disse lei avvicinandosi, «la prossima volta la prenderò dal tuo cadavere».

«Peccato, a me il tuo ramoscello non piace. Mi prenderò le tue belle corna per decorare la mia tana».

«Combatti bene, ma non quanto me!», lo sfidò lei.

Bruga la squadrò dalla testa ai piedi, scoppiò in una risata e la schernì: «Se non ti fossi nascosta dietro i tuoi compagni, adesso saresti morta».

«Se i corni avessero suonato più tardi, il tuo cadavere sarebbe sotto i miei piedi».

«Certo! Torna a far cadere la frutta dagli alberi con il tuo rametto».

«Eccolo il grande guerriero! Un codardo solo offese e niente fatti».

La pioggia cessò, mentre Bruga stringeva con rabbia la sua ascia deciso a spaccare la testa a quella odiosa selvaggia.

«Ho visto un posto tranquillo, mentre arrivavo qui. Dietro quegli alberi», disse lei a bruciapelo, indicando poco lontano. «Potremo vedere chi è davvero un guerriero e chi solo un cinghiale».

Bruga, soddisfatto, raccolse la sfida e sputò in terra. «Sì femmina, peccato che tornerò solo».

Anche lei sputò nella polvere e si avviò, ghignando divertita: come sarebbe stata bene quell’ascia fissata al palo centrale della sua tana.

Arrivati sul posto, i due guerrieri si scagliarono l’uno contro l’altra senza troppi preludi.

Bruga era sicuro che gli sarebbe bastato mettere a segno un solo colpo ben assestato per atterrare quella femmina. Aveva un corpo massiccio e ben definito, ma non si sarebbe salvata. Prima però doveva eludere la lancia e avvicinarsi abbastanza.

Lei sapeva bene che un paio d’affondi sarebbero bastati per vedere quel grosso maschio accasciarsi a terra. Era muscoloso e di grande stazza, ma si stava mostrando maledettamente agile nello schivare la sua arma.

I colpi erano continui: la femmina roteava la lancia e la cambiava spesso di mano, celando in tal modo dove avrebbe colpito. Bruga si spostava di continuo, avvicinandosi appena la femmina si scopriva e allontanandosi per schivarne gli attacchi. I due respiravano ormai a fatica e, per quanto continuassero quella danza l’uno attorno all’altra, i pochi colpi inferti avevano causato solo tagli lievi.

Bruga era stanco di quella situazione: tentò il tutto per tutto e appena la sua avversaria scoprì il fianco, attinse alle sue ultime forze e sferrò un attacco furioso.

La femmina sogghignò: il guerriero era caduto nel suo inganno. Appena Bruga fu abbastanza vicino, lo colpì di scatto in piena faccia con l’asta della lancia. Contrariamente a quanto si aspettava però, quel colpo non fermò lo slancio del guerriero che, seppur stordito, la travolse, sovrastandola e schiacciandola a terra sotto il suo peso. Cercò di divincolarsi, ma Bruga, abbandonata la sua ascia, l’afferrò per le corna. Tenendole ferma la testa, le sferrò una sonora testata e avrebbe continuato a colpire finché non avrebbe visto la sua testa spaccarsi come un frutto maturo, non fosse che qualcosa di grande e molto caldo li travolse, inaspettatamente.

Bruga venne scagliato in terra, a una buona distanza dalla rivale.

La femmina, tenendosi la testa, si volse, cercando di capire cosa fosse successo.

Bruga, sollevandosi dal suolo, fissò incredulo una figura incappucciata, accanto a un enorme rospo grigio, che puntava verso di loro le mani ricoperte di fiamme. Voltò i palmi verso il basso, disegnando cerchi nell’aria e dal terreno emersero alte lingue di fuoco che li circondarono.

«I corni hanno risuonato da un pezzo», la voce della nera figura giungeva al di là del muro di fiamme. Il tono era calmo, femminile e suadente. «Per quale motivo contravvenite alle leggi delle tribù e continuate a combattere?»

I due guerrieri si scambiarono rapide occhiate, mentre il fuoco si faceva più vicino e il calore era tale da asciugare i loro corpi zuppi di pioggia.

«Questi non sono affari tuoi», infuriò Bruga. Una delle fiamme emerse dal suolo frustò la schiena del guerriero, mandandolo nuovamente a terra.

La femmina, alzatasi e raccolta la lancia, inveì a sua volta: «Stiamo stabilendo chi di noi due è un grande guerriero. Vattene e lasciaci in pace!» Una lingua di fuoco colpì anche lei, rimandandola al suolo.

Il fuoco si strinse maggiormente intorno ai guerrieri: il calore era insopportabile.

Bruga afferrò la sua ascia e la lanciò oltre il muro di fuoco. «Basta. Hai vinto», gridò, mentre sentiva la pelle bruciare. Allo stesso modo, la femmina gettò la lancia: «Ora liberaci. Smetteremo di lottare. Torneremo alle nostre tribù».

«Bene», disse la figura incappucciata e le fiamme si dissolsero. «Portate del cibo ai guerrieri rimasti agli accampamenti. Ho visto dei grossi cinghiali aggirarsi nella zona». Le fiamme sulle mani si spensero. «Un grande guerriero, dicono», aggiunse, mentre, voltando loro le spalle, accarezzava la grande creatura al suo fianco. «Nessuno di loro due lo è. Guardali. Sono entrambi a terra, sconfitti, e senza aver sferrato un sol colpo.»

Bruga si tirò in piedi e porgendo la mano alla femmina, chiese, aiutandola ad alzarsi: «Sei sana, Raccogli frutta?»

«Sana, testa a parte. E tu, Orso inferocito? Ancora tutto intero?» La voce della guerriera mostrava un velo di preoccupazione.

Bruga accennò un sì col capo, poi tornando a guardare la figura incappucciata, inveì di nuovo: «Chi sei? È tua abitudine impicciarti delle faccende altrui?»

La guerriera lo strattonò per un braccio, temendo che la collera di quella strana femmina potesse investirli di nuovo. Ma questa, senza voltarsi a guardare il maschio, rispose: «Se non sai chi sono e cosa faccio, dovresti lasciare le armi e dedicarti di più alle storie narrate nei villaggi». Si avviò verso quello che era stato il loro campo di battaglia. «Le faccende altrui. Neanche immaginano ancora le loro di faccende! Andiamo, mio caro, è ora». Il rospo la seguì.

Bruga si pulì le mani sporche di foglie. «Quando pensi che ci sarà il prossimo scontro?», chiese.

La guerriera s’accarezzava la coda indolenzita. «Tre o forse quattro stagioni, sempre che i capi non si accordino prima».

Bruga legò pensieroso l’ascia al fianco, prima di chinarsi a raccogliere la lancia ancora a terra. «È più pesante di quello che mi aspettavo». La porse alla femmina. «Certo è tanto tempo da aspettare».

Lei afferrò la lancia. «È una buona arma» poi, gettando lo sguardo in quello di Bruga, aggiunse con voce lieve: «Veramente tanto tempo».

Si persero per qualche istante l’uno negli occhi dell’altra, stringendo entrambi la lancia.

«Cinghiali», esordì per prima la raccogli frutta con un sorriso.

Bruga non ne afferrò subito il senso, ma poi, come illuminato da qualche sorta di rivelazione, disse: «Chi prende quello più grande è il migliore!» e un ghigno compiaciuto gli comparve in volto.

Un attimo e si ritrovarono a correre verso la radura, assieme, l’uno al fianco dell’altra; l’ascia di Bruga che ciondolava lungo il fianco e la lancia di lei ancora stretta nelle loro mani.

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