LA RIPRESA DI AKRODIA

Autore: Maria Cristina Manzoni
GdR: Dungeons & Dragons 3.5

La gola le doleva mentre, con il potere della propria voce, impediva che un altro incantesimo venisse scagliato su di sé e sul suo alleato in quella battaglia. Una battaglia che si era rivelata più estenuante di quanto avesse mai affrontato prima, e non solo fisicamente: il cuore le doleva, sanguinando da una ferita inferta anni prima e suppurata nel tempo.
Ma era alla fine, sperava, di quell’incubo. L’atroce, ma dovuta conclusione della contrapposizione violenta che la metteva nella condizione di dover combattere contro colei che le aveva dato la vita.
Una fitta di dolore, l’ennesima, le lacerò il petto a quel pensiero, mentre si preparava a contrastare l’abilità della madre di lanciare micidiali magie d’attacco. Alla sua destra, poco più avanti, il principe Ker’esthel si scontrava duramente con il capo delle guardie di palazzo, il fido braccio destro e amante della donna; Jenna, maga e usurpatrice del titolo di Granduchessa, un onore che mai avrebbe dovuto rivestire.
Thalisia sperava ardentemente che i loro compagni di lotta, oltre le grandi porte della sala del trono, impegnati in un duro scontro con un elementale del fuoco, stessero bene. In quel momento, però, doveva aiutare se stessa e Ker’esthel, non poteva pensare ad altro.
La sua concentrazione, così come quella di Jenna, venne improvvisamente spezzata da un grido di dolore. Le due donne si voltarono in tempo per vedere una delle lame del principe elfico fuoriuscire con uno spruzzo di sangue da dove era stata alloggiata pochi attimi prima: il petto del guerriero umano.
«Andar!» La voce carica di orrore e di disperazione dell’usurpatrice riecheggiò nella sala e Thalisia si trovò a chiedersi amaramente se sua madre fosse realmente in grado di amare qualcuno o temesse solo per se stessa ora che la sua ultima difesa era caduta.

Le gambe le cedettero per la stanchezza e si ritrovò seduta in terra. Uno sguardo fugace dell’elfo dei boschi sembrò chiederle come stesse, mentre lei, sforzando un sorriso, ripensò a come erano giunti a quel punto; a come quella che era stata una famiglia felice fosse sprofondata in una storia di lutti e tradimenti.

Alla morte del Granduca Aladon Weriwer Akrodia, il fratello minore Lankor, suo padre, era divenuto reggente in nome della nipote. La figlia di Aladon era ancora troppo giovane all’epoca per rivestire la carica di Granduchessa, avrebbe dovuto attendere il compimento dei suoi sedici anni ed essere affiancata fino ai venti dallo zio come suo consigliere, così com’era negli usi del Granducato. Ma, pochi giorni prima della data del suo compleanno e dell’incoronazione, era scomparsa.
Thalisia aveva tredici anni all’epoca e ricordava bene la preoccupazione di suo padre aumentare di ora in ora fino alla scoperta del passaggio di una banda di banditi. Ricordava anche l’orrore che aveva provato quando ne fu riportato il corpo al castello. Era, apparentemente, morto in un agguato attuato dagli stessi briganti che inseguiva e che, a detta di Andar Almaner, anche allora capo delle guardie del castello, erano riusciti a fuggire, facendo perdere le loro tracce.
Sua madre aveva sentenziato, in quanto reggente alla morte del marito, che non avrebbero cercato ulteriormente e che il futuro del Granducato di Akrodia era ormai nelle mani della figlia Thalisia.
La giovane aveva scoperto solo anni dopo i piani della donna: il patto maledetto tra questa e l’amante per eliminare chiunque si mettesse tra loro e il trono, perfino lei, a quanto pareva. I due l’avevano tenuta in vita solo per mantenere il sangue della prima Granduchessa sul trono, incantato in modo da accettare solo che i suoi discendenti potessero sedervi, e meditando d’ingravidarla dello stesso Andar per poi eliminarla.
Thalisia era scappata e se i suoi attuali alleati non l’avessero trovata in tempo sarebbe stata riportata al castello dopo pochi giorni, vista la caparbietà con cui l’avevano fatta inseguire.

Un urlo di vittoria, attutito dalle grandi porte di legno scolpito, la distolse da quelle amare considerazioni, annunciandole la disfatta dell’elementale e facendole provare un senso di sollievo.
Un attimo, solo un attimo di distrazione e Jenna con un pugnale in mano la sovrastò. Un’espressione di puro odio distorse i lineamenti del bel volto della donna dove il belletto si era sciolto per via dello scontro, rendendola una visione terrificante.
«È tutta colpa tua!» gridò, mentre il pugnale calava su Thalisia.
Prima che potesse anche solo scalfirla, venne sbalzata indietro colpita da una forza invisibile.

Il silenzio calò di colpo nella grande sala.

Jenna in terra fissava esterrefatta alle spalle della figlia.
Thalisia sapeva esattamente chi l’aveva protetta da quell’assalto. Per rivolgersi alla presenza, non si voltò, continuando a osservare il viso della donna che aveva tentato di ucciderla e che non riusciva più a chiamare madre.
«Come ti avevo promesso, mia signora, l’usurpatrice è nelle tue mani e attende il tuo giudizio.» Fissò negli occhi Jenna trattenendo a stento le lacrime, ma continuò con tono duro: «Usurpatrice sei al cospetto della Granduchessa Ridya Weriwer Akrodia. Legittima sovrana a cui tu hai sottratto il trono. Sii cosciente che hai fallito e che ogni tuo sforzo per eliminarla è stato vano».
«No… non è possibile! Maledetti banditi! Li avevo pagati profumatamente perché ti uccidessero!» Un passo nella loro direzione. Un solo passo e Ker’esthel afferrò la cordicella argentea alla sua cintola, la scagliò verso la donna mormorando frasi in elfico. Il delicato oggetto si allungò nel suo percorso avvolgendosi strettamente intorno al corpo della maga, che cadde in ginocchio con le braccia bloccate dalla corda magica.

Thalisia udì un sospiro, poi il rumore di passi e rimase ferma mentre Ridya avanzava verso l’usurpatrice. Shyrin, la combattente della genia dell’acqua, guardia del corpo di Ridya, accostandosi l’aiutò a rimettersi in piedi e lei se ne sentì grata.
Osservò la cugina girare intorno a Jenna, come per considerarla da più angolazioni. La donna, ormai vinta, realizzava con espressione di disappunto e terrore che il suo destino era in mano a quella nipote di cui aveva predisposto la morte.
Ridya, bellezza senza pari nello splendore dei suoi ventuno anni, la fissò priva di emozioni. Scosse il capo volgendosi verso il trono e, una volta raggiuntolo, vi si sedette con la grazia regale che la caratterizzava da che Thalisia ne avesse memoria.
Shyrin strattonò Jenna trascinandola verso la sua signora, per poi gettarla di fronte ai gradini che rialzavano lo scranno della Granduchessa, facendola cadere nuovamente in ginocchio.
Quando il principe degli elfi si accostò, posizionandosi alla destra del trono, fu l’unico momento in cui Ridya parve prendere vita, e i suoi occhi verde smeraldo perdere freddezza nel posarsi su di lui, ma quell’emozione appena percettibile sparì quando quelle gemme chiare tornarono sulla donna genuflessa.
«Cara zia, ora che sono tornata mi trovo nella condizione di decidere cosa fare di te» esordì con voce atona. «Ammetto che per molto tempo avrei voluto vederti bruciare, lentamente e dolorosamente, per ciò che mi hai fatto. Al fato a cui mi hai condannata». Si sporse appena in avanti. «Dovrei essere magnanima e concederti una morte pietosa? Dov’era la pietà mentre i briganti a cui mi hai consegnata mi facevano cose che una ragazzina di quindici anni non dovrebbe conoscere, figuriamoci subire?»

Thalisia vide i pugni di Shyrin stringersi sulle else delle spade che impugnava, sapendo bene che era stata compagna della cugina in quell’orrore.

«Quel supplizio è durato giorni. Giorni in cui ho maledetto gli dei per avermi dato la bellezza di cui quelle bestie si erano invaghite, in cui avrei preferito l’ultimo riposo all’essere soggetta a pratiche che non sarebbe consentito utilizzare nemmeno con una prostituta». Tornò a posarsi contro l’alto schienale. Fissò la donna ancora per alcuni attimi. «Non ho pietà alcuna per te». Sentenziò dura, andando a incontrare gli occhi di Thalisia. «No, cara zia, l’unica pietà che porto nel cuore è per mia cugina, tua figlia. Vittima di tutto ciò e fedele oltre ogni dubbio alla sua Granduchessa. Per amor suo, avrai una morte decorosa. Molto più pietosa di quella che avevi riservato a me. Ora, nella pubblica piazza, per impiccagione».

Mentre la donna urlante veniva imbavagliata e trascinata via, Thalisia si strinse a se stessa, chiudendo gli occhi per ricacciare indietro il pianto. Si accorse di chi le si era avvicinata solo quando si trovò tra le braccia della cugina. Si abbandonò a quel tocco e, affondando il viso nei capelli dorati di Ridya, si permise finalmente di lasciar scorrere le lacrime.

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