Impronte Elettra Taro

IMPRONTE

Autore: Elettra Taro
GdR: Il Richiamo di Cthulhu
Impostazione grafica e impaginazione: Valeria Bottiglieri
Editing: Barbara Dongarrà
Correzione di bozze: Anna Pittone

431 cadaveri, di cui solo 134 umani. 87 teste mozzate, 214 arti recisi e 45 lacerazioni superiori ai 60 centimetri. L’88% delle esecuzioni erano concentrate negli ultimi due mesi, ciò significa che in 60 giorni ho visto 684 cadaveri. Sì, ho una leggera fissa per la matematica, motivo per cui negli uffici del Dipartimento le prese in giro sono la routine: appena veniva nominato un numero sopra al 10 qualcuno puntualmente esclamava: “Chiedete all’agente Marg di farvi un grafico, così potrete girare il foglio e prendere appunti!”
La matematica è il mio appiglio razionale. L’unico pensiero logico sul quale non posso prendere sbandate. È affidabile, reale, tangibile. Chi non ha vissuto in questo posto, e non lo ha fatto nessuno prima di trent’anni fa, non può capire la sensazione di dover sfuggire ai propri pensieri, il terrore di essere vittima di inganni per opera della sua stessa mente. Le cose belle appaiono vecchie, decrepite, inutilizzabili, le cose brutte sono scintillanti, apparentemente belle, sensuali. Questo è il regno dove tutto transita dalla vita alla morte, dove guardando indietro si scorgono ancora i ricordi di altalene, risate e cieli azzurri, ma guardando avanti l’orizzonte è infuocato di urla, dolore e disperazione eterna. Il satellite Varth è il punto in cui il vecchio mondo e il regno del Male si scontrano, dove la conquista del terrore è lenta e dolorosa, dove la paura del futuro è più dilaniante del più brutto rimorso del passato. Questo è Varth, e io ero in clamoroso ritardo.
Fissavo il soffitto e cercavo di fare dei cerchi di fumo con le labbra mentre espiravo. Ho questo tic da quando ho iniziato a fumare, provo e riprovo a fare cerchi, tiro dopo tiro, senza mai riuscirci.
Il detective Krad sarebbe venuto a prendermi da lì a breve.
Ancora non credevo al fatto che avrei partecipato a un’indagine così importante: io, l’ultima arrivata, l’unica donna del Dipartimento. Eppure continuavo a essere rassegnata. Era tardi per qualsiasi cosa, era troppo tardi. Erano mesi che non concludevamo nulla, mesi che passavano sullo sfondo della mia certezza che tutto quello che provavamo a fare era sbagliato. L’umanità era stata decimata ma noi continuavamo a usare l’artiglieria pesante, armi dell’epoca degli Stati e delle Nazioni. Elicotteri, missili e blindati: granelli di sabbia contro un’onda mortale, così insignificanti e piccoli di fronte all’infinità del Male cosmico. Lo ripetevo dal giorno in cui varcai la soglia del Dipartimento Anticrimine. Solo l’ispettore Krad era dalla mia parte, il solo ad avermi sostenuta fin dall’inizio.
Dalla strada riecheggiavano le sirene delle pattuglie mobili, mi faceva quasi sorridere tutto quel trambusto, e quegli sceriffi che non aspettavano altro che un’occasione per dimostrare quanto erano brutti, sporchi e cattivi. Come belve che fiutano le tracce del sangue, vagavano per la città sperando di trovare un qualsiasi soldato di Salem a cui fare un buco in fronte.
Mi fa sorridere di amarezza l’ingenuità così volgare e stupida di chi pensa di essere cacciatore quando invece altro non è che una piccola e facile preda.
La notizia già girava in tv, nelle case, nei negozi, nei pub, la paura sgomitava per farsi spazio nello stomaco dei cittadini di Joud City. Un’intera famiglia trucidata, massacrata senza pietà, gli organi interni sparsi per la casa, le scritte sui muri, il tetto che bruciava. Più che l’opera di uno psicopatico sembrava un rastrellamento nazista in versione pulp. L’angoscia in città dilagava, il centralino d’emergenza squillava all’impazzata, le domande che ponevamo a noi stessi aumentavano.
Io e Krad dovevamo trovare risposte e dovevamo farlo in fretta.
Non era solo una questione di orgoglio e gloria, anzi per quanto mi riguarda, la gloria non c’entrava nulla con il mio lavoro, ma dovevo arrivare a capo di quella storia, dovevo capire chi c’era dietro questa lunga serie di carneficine urbane. O meglio, dovevamo capire chi erano gli esecutori materiali, perché era chiaro che il Male aveva ormai invaso anche le nostre strade, il grande regno non aveva confini e così, dopo Iod, Har e Bolk, anche il nostro satellite era in-trappolato nella morsa finale.

Il detective Krad mi aspettava in auto, il suo sguardo incarognito dalla mezz’ora passata ad aspettarmi era visibile da cento metri di distanza.
«Agente Marg, non si rende conto che questi ritardi mi mettono in seria difficoltà? Lei deve essere reperibile 26 ore su 26». Quando Krad era arrabbiato mi dava del lei. Credo sia un modo un po’ bizzarro e impacciato per provare a mettere delle distanze.
Il detective era un’anima buona in un corpo un po’ rozzo, che cercava di stare sempre dalla parte giusta. Era un tipo solitario, e lo ero anche io.
Era inutile ma continuavamo a non arrenderci. Sempre con meno risorse, ogni giorno perdevamo almeno un agente illudendoci che il giorno successivo sarebbe andata meglio.
Ad aspettarci davanti la casa della famiglia Trokib sembrava che fossero accorse tutte le pattuglie della città: una volta entrati lo spettacolo era quello che avevo immaginato. Eravamo abituati alle macellerie umane e realizzai subito che la scena era identica a quella vista la settimana prima a due isolati di distanza da lì, e la settimana ancora prima. Ma non riuscivo a cogliere un nesso, se non quello del caos generato dell’avanzata del Male.
Iniziai a perlustrare le stanze. Su un grande specchio a muro, nella camera da letto, era disegnato un segno grafico. Come fosse vernice, il sangue e brandelli di tessuti erano ancora incollati alla superficie e il simbolo raffigurato sembrava indecifrabile: un cerchio racchiudeva al suo interno un albero, con il fusto molto basso e i rami enormi e fitti. La casa era sottosopra, sembrava l’avesse attraversata un uragano: cassetti ribaltati, materassi, scaffali, sportelli divelti. L’occhio mi cadde sul tappeto, su cui grandi impronte viscide e scure disegnavano la traiettoria per qualche metro, sparendo sull’uscio di una porta chiusa. Dovevo capire di cosa si trattava: la scena truce e nauseante era identica alle precedenti ma le impronte, quelle impronte così grandi in una casa tanto piccola non le avevo mai viste prima. Provai a forzare la porta: era chiusa a chiave, sembrava blindata. Dovevo chiamare Krad. Se c’era una cosa che odiavo profondamente era chiedergli aiuto; odiavo ammettere a me stessa di non essere in grado di armeggiare con gli attrezzi per scassinare la porta. Il metodo di Krad e di tutti i poliziotti del distretto sarebbe stato quello di prenderla a calci o sparare alla serratura; io invece ero convinta che gli indizi, quelli fisici e concreti, fossero sempre ben nascosti, mimetizzati nell’apparenza delle cose. Ho sempre cercato qualcosa d’invisibile, qualcosa che non si palesava, che non riuscivo a vedere ma di cui ne avvertivo la presenza. Ho sempre avuto l’impressione che la verità fosse un’impercettibile bolla d’aria, piccola e fragile, che dovevo far avvicinare a me e che al tempo stesso dovevo fingere di non vedere. In quel momento però non la vedevo sul serio.
Chiamai Krad e gli indicai la porta: dopo un attimo la aveva già buttata giù. Entrai per prima. Ero convinta di trovare qualche dettaglio interessante, tracce nascoste di quella presenza invisibile e asfissiante. Cercavo con gli occhi sul pavimento, cercavo di annusare l’aria per trovare contrasti olfattivi; osservavo le trame dei muri di quella cantina umida e sporca, ma l’ultima impronta visibile, era quella sull’uscio, già visibile da fuori, dentro: il nulla. Una grande e puzzolente cantina vuota. Non ne venivo a capo; anche Krad era deluso e irritato dal buco nell’acqua che avevamo fatto, ma dovevamo continuare a cercare. Le domande erano tante, lo stupore, per quello che avevamo visto, poco. Varth era in un equilibrio precario tra la speranza e la rassegnazione. Io e Krad non eravamo di certo dalla parte della rassegnazione, ma i nervi cominciavano a cedere. Lavoravo giorno e notte, cercavo nel mio intuito nuovi spunti ma non riuscivo ad avere nuove idee. Brancolavamo nel buio; se avessimo trovato una pista da seguire, questa ci avrebbe portato dritti all’inferno, ne eravamo consapevoli, ma non volevamo inginocchiarci e avremmo dato filo da torcere a questo immenso e indistruttibile nulla.
A casa della famiglia Trobik c’era qualcosa di strano, qualcosa di diverso dalle altre scene raccapriccianti viste negli ultimi mesi: le stanze messe a soqquadro erano l’elemento di rottura. Cosa cercavano nella casa di una innocua famiglia? Se prima di allora tutto era frutto del caos del Male che uccide e distrugge solo per farsi spazio, adesso sembrava che qualcuno cercasse qualcosa. Era la più banale delle ipotesi e l’unica plausibile. Krad era scettico e, come al suo solito, cinico sulla speranza di risolvere il caso. Poi, d’improvviso, una luce s’è accesa nel buio totale del mio cervello: il disegno sullo specchio.

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