Il mistero di Petraforra

IL MISTERO DI PIETRAFORRA

Autore: Riccardo Pasquini
GdR: Mouse Guard – La Guardia dei Topi
L’immagine illustrata è di David Petersen tutti i diritti sono riservati a lui e ad Arcadia (USA) e Wyrd Edizioni (ITA).

Un ultimo filo di fumo sale esile su per il camino. La mia cara Lily aveva da poco portato a letto i pargoli e in sala da pranzo sembrava fosse passato un ciclone.

Mi stropiccio i baffi e contemplo soddisfatto il termine di una giornata tranquilla. La mia famiglia è quanto di più prezioso potessi desiderare: mia figlia Lily, suo marito Red e i miei deliziosi 11 nipotini.

Ho compiuto tanti sforzi in gioventù, ho visto cose terribili, eppure sono fiero di aver prestato servizio nella Guardia. Mi sento davvero onorato nel vedere quanto l’impegno di tutti noi abbia protetto il Regno e gli abbia permesso di crescere.

Scendo dal grosso guscio di noce su cui ero seduto, la paglia con cui l’avevo riempito non aveva impedito alla mia coda di indolenzirsi. La agito un pochino. In passato ho avuto delle belle grane a causa della sua lunghezza eccessiva ma si era rivelata utile in altrettante occasioni.

Un gradino alla volta salgo al piano superiore, in fondo a una passerella di legno c’è la stanza dove riposano i piccolini.

Prendo fiato gonfiando il petto e varco la porta con cipiglio severo.

«L’ora di andare a dormire è passata da un po’. Perché vi sento ancora zampettare in giro?» dico, facendo scorrere lo sguardo su musetti tutt’altro che intimoriti.

Ormai da un mese facciamo questa scena tutte le sere; mi presento con aria severa alla porta rimproverandoli per il baccano e puntualmente uno di loro risponde «Nonno, ma noi non vogliamo dormire» e questo è il preambolo che nasconde ben altro intento. «Perché invece non ci racconti le tue avventure nella Guardia?» ed ecco cosa vogliono realmente.

Adoro la fantasia dei piccoli e capisco la loro voglia di vivere emozionanti avventure nel teatro delle loro menti.

A quel punto la battuta spetta a me che, con un teatrale sbuffo, seguito da una grattatina al muso, dico: «E va bene, ma una sola storia e poi vi mettete a dormire».

Un coro di squittii mi accompagna mentre a larghi passi percorro la stanza e, portando in alto la zampa come un attore che inizia a declamare, esordisco: «Uhm, vi ho mai raccontato di quando scoprimmo il nido del vecchio serpente o di quando si allagò Rocciacorteccia?» Con la zampa mi gratto l’orecchio sinistro, un vecchio tic.

«Abbiamo già sentito queste storie, ne vogliamo di nuove», mi urla dietro il mio pubblico.

Mi accosto al muro e guardo i musini curiosi e i baffi frementi.

Già dall’ora di pranzo avevo meditato su cosa avrei narrato questa sera: l’età mi costringe a pensare con ore d‘anticipo ai miei racconti. Faccio molta fatica a riportare a galla i ricordi in maniera limpida.

«Questa sera vi parlerò del mistero del fantasma di Pietraforra».

Un’ondata d’entusiasmo travolge i pargoli che si quietano in attesa della storia. Pendono dalle mie labbra.

«All’epoca Gwendolyn era la matriarca alla guida della Guardia dei Topi e convocò l’allora capo pattuglia Darcai; una richiesta d’aiuto era giunta dagli abitanti di Pietraforra. Sembrava che una qualche strana maledizione avesse colpito la città, condannandola alla fame. Nell’arco di pochi giorni, il fiume che divideva la cittadina dal meleto era straripato, distruggendo il ponte. Fare provviste era diventato difficoltoso: i raccoglitori erano costretti a guadare il fiume a valle e a risalirlo dal lato opposto. Un lavoro duro, ma necessario con l’inverno ormai alle porte. Purtroppo però, quando arrivavano al meleto non c’era alcun frutto da raccogliere e si trovavano a far ritorno a casa preoccupati e a mani vuote».

Lascio un attimo di silenzio per dare tempo ai miei ascoltatori di assorbire quanto detto. Grattatina all’orecchio sinistro e proseguo: «Il capo pattuglia radunò subito una piccola squadra: c’erano le guardie Eiris Naut, una giovane arciera, Corli Eir, un topo molto abile con la spada, anche se troppo impulsivo, e io. Ero ancora una zampa tenera, ma volevo darmi da fare per aiutare il Regno. Raccolte le provviste partimmo immediatamente alla volta di Pietraforra. Ero terrorizzato all’idea d’incontrare qualche pericolo ma anche molto contento di poter svolgere un incarico così importante».

Una vocina interrompe il mio racconto. È Corinne, la più piccola delle mie nipotine. «Nonno, ma quindi tu sei stato un topolino piccolo?»

Rido di cuore. Nel mondo della piccola Corinne il nonno è sempre stato vecchio e curvo.

«Certo piccolo bocciolo, il nonno è stato un topolino piccino, proprio come te, poi è diventato adulto e infine vecchio e chiacchierone».

Questa volta la risata è la sua. «Se tu hai il pelo tutto grigio e i baffi lunghi e molli, chissà come sono buffi i topi più vecchi di te».

Stavolta il mio sorriso ha un sapore amaro. Mi torna alla mente l’ultima volta in cui vidi il buon Darcai e come lui tanti altri compagni, ma sono altre storie che non è il caso di raccontare ora.

Con uno scossone della testa ricaccio indietro i pensieri e torno al mio racconto: «Dicevo, partimmo per Pietraforra zaini in spalla. Il viaggio sarebbe durato poco più di un giorno ma il tempo stava iniziando a peggiorare; alla fine dell’autunno i temporali erano un pericolo da tenere in considerazione. Ci accampammo alle pendici di un albero particolarmente grande, da lì avevamo un minimo riparo e, al contempo, uno spicchio di cielo da cui controllare le nuvole. Decidemmo di fare dei turni di guardia per evitare di venire colti impreparati da un eventuale pericolo e a me venne assegnato l’ultimo; ero il più giovane e così avrei potuto recuperare al meglio le energie dopo la lunga giornata di marcia».

Cork, il primogenito di Lily, si sente in vena di commentare: «Anche da giovane dormivi quasi tutto il giorno?»

Cork è un topolino molto attivo e capisco che trovi gusto nel prendermi in giro ora, mi auguro che alla mia età non avrà tutti i miei acciacchi e tutte le mie cicatrici.

«No, caro il mio nipotino, all’epoca dormivo giusto qualche ora e correvo da mattina a sera. Ora però, se non ti dispiace, vorrei continuare». Gli scocco un’occhiata amorevole prima di reiniziare.

«Allora, la notte filò liscia e, nonostante i timori, la pioggia non venne. Mi svegliarono per il mio turno di guardia sicuri ormai che saremmo ripartiti senza intoppi per la nostra destinazione. Il sole non era ancora sorto, ma il nero della notte iniziava a schiarirsi. Con me era di guardia Eiris. Era una topina davvero carina, dal pelo chiaro, con occhi gentili e zampe affusolate». Mi si scalda il cuore al ricordo della mia vecchia fiamma.

«Io stavo con le gambe penzoloni vicino ai giacigli, quando vidi uno strano riflesso fra le fronde degli alberi: un bagliore lungo un istante. Non fui l’unico a notarlo, ma attribuii la cosa ai riflessi del sole nascente sulla rugiada delle foglie. Eiris non era d’accordo con me, si alzò d’improvviso per svegliare gli altri, senza darmi spiegazioni. Fissai lo sguardo dove credevo di aver visto quel brillio, nulla. Attesi per qualche secondo ed eccolo di nuovo: due piccoli cerchi luminosi. Avete capito cos’erano quelle lucine?»

«Erano delle lucciole?» mi risponde il piccolo Lilac. Il tono non era di chi cerca di indovinare, ma di chi ha paura di una risposta diversa.

«Sarebbe stato bello, ma le lucciole sono sempre in sciame, mentre i bagliori che vedevo io erano due. Si trattava di un predatore, un barbagianni, che ci aveva visto e voleva farsi uno spuntino prima di mettersi a dormire», dico, alzando d’improvviso le zampe come per ghermire l’aria.

Metà delle testoline spariscono sotto le coperte.

Abbasso le braccia e, dopo una grattatina all’orecchio, aggiungo con un pochino d‘imbarazzo: «State tranquilli, la storia è solo all’inizio, quindi potete bene immaginare che, nonostante un inseguimento a perdifiato, il barbagianni sia rimasto a digiuno, giusto?» La mia logica non sembra calmarli, ma il tono gentile sortisce l’effetto desiderato e tutti i musetti tornano fuori.

«Raccogliemmo tutto velocissimi e, grazie all’allerta data da Eiris, riuscimmo a scappare dalla planata del volatile. Corremmo tanto che arrivammo a destinazione prima del previsto, stanchi e ansimanti. Ci presentammo come la pattuglia richiesta per risolvere il mistero del meleto e i topi di Pietraforra rimasero stupiti della rapidità con cui eravamo giunti».

«Quindi i meriti della Guardia sono in parte del barbagianni?» Cork m’interrompe di nuovo. Il suo umorismo rischia di sfociare nell’impertinenza.

«A volte il caso ci fornisce aiuti nei modi più inaspettati: quella volta fu un barbagianni a mettere le ali ai nostri piedi», rispondo prontamente.

Mi appoggio alla parete e riprendo: «Dicevamo: appena arrivati il borgomastro Oac Rut ci accolse mostrandoci la città. La preoccupazione si fiutava nell’aria. Ci raccontò del ponte. Era crollato circa una settimana prima e, da quel momento, recuperare provviste richiedeva ore e ore di cammino in più. Percorremmo la strada per vedere le cose coi nostri occhi e ciò che trovammo ci lasciò a bocca aperta: il rumore del fiume arrivava fino ai campi, gli alberi erano pieni di mele mature e pronte a cadere, eppure non c’era un frutto o una foglia ai loro piedi, solo terra smossa e qualche ciuffo d’erba calpestata. Il tutto era piuttosto strano, dovevamo assolutamente capire cosa stava accadendo». Un ronzio ovattato e insistente mi costringe a interrompere la storia: stavano tutti dormendo.

Assorto nei ricordi non mi ero accorto dello scorrere del tempo.

Sorrido ancora una volta, pensando a quanto sono orgoglioso di loro. Sgranchisco la coda e a piccoli passi mi dirigo fuori dalla stanza. Mi fermo sull’uscio per sussurrare affettuosamente «Buonanotte piccoli miei, fate dolci sogni» e chiudo la porta.

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