IL MANTELLO CORTO

Autore: Davide Murmora
GdR: Dungeons & Dragons
Impostazione grafica e impaginazione: Anna Pittone
Editing: Barbara Dongarrà
Correzione di bozze: Laura Settele
Illustrazioni: Matteo Fortini

Oleg, quinto di otto figli, era molto giovane, quando suo padre morì.
Dopo la sepoltura, la madre riunì la famiglia.
Al ragazzo la donna era sempre sembrata una persona in affanno, in continuo movimento: portava i capelli raccolti e indossava sempre un grembiule infarinato. Badava agli animali, ai figli, alla casa. I suoi abbracci erano rapidi e le sue carezze non duravano mai a lungo. In quel momento però, in piedi al centro della sala, circondata dai propri figli, non sembrava più la persona frettolosa che conosceva. Vestiva un abito da cerimonia e la sua postura era diversa: era dritta.
«Come sei bella, mamma!», disse la più piccola di casa, dando voce al pensiero di tutti.
La donna sorrise. «Siamo qui perché le ultime volontà di vostro padre vengano soddisfatte. Nella sua vita ha fatto molte cose e tutte affinché ai propri figli non mancasse mai nulla».

Il padre di Oleg era sempre via per lavoro, ma quando tornava tutto era un fermento. Ogni cosa doveva essere pulita, a cominciare dai bambini. La casa risplendeva, la tavola era imbandita come mai nei giorni normali e lui e i fratelli venivano schierati come un piccolo esercito.
Appena il padre entrava nella stanza principale, posava lo spadone nella rastrelliera e si avvicinava ai figli. Li accarezzava uno ad uno, chiamandoli per nome.
Oleg ricordava la sua mano: era grossa, nodosa, con la pelle spessa e ruvida. Sembrava essere accarezzati dalla pietra.
«Oleg!», diceva sempre, «occupati del cavallo e delle armi!» e lui volava fuori, metteva il cavallo nella stalla, toglieva la sella, lo strigliava, poi puliva e lucidava le armi. Amava farlo, non importava quanto tempo ci volesse o quanto fossero sporche, lui le faceva tornare lucide. Quando poteva pulire anche lo spadone, per lui era un giorno di festa. Al riparo della stalla, provava qualche mossa e roteava la spada combattendo contro nemici immaginari. Una volta il padre lo aveva scoperto e, invece che arrabbiarsi, si era messo a ridere.
«Bravo figliolo! In te scorre il sangue del guerriero! Ma il tuo modo di attaccare è sbagliato, uno di questi giorni ti insegnerò come fare».
Quel giorno non arrivò.
Oleg si riscosse dai suoi ricordi, la madre stava assegnando ai figli le poche cose che avevano. La casa, l’orto, il pollaio e la capretta sarebbero rimasti a lei che avrebbe tenuto con sé i figli più piccoli. Al maggiore, che aveva una famiglia sua, sarebbe andato il mulino in cima alla collina, il vigneto al secondogenito e la casa vicino al fiume al terzogenito. Alla quarta figlia sarebbe andato il meleto e il terreno antistante: così da potervi costruire una casa e formare la sua famiglia.
«Oleg», la madre lo guardò con serietà e autorevolezza, «a te vanno il cavallo e le armi di tuo padre. Insieme a un baule che comprò per te. Avrebbe voluto insegnarti la via del guerriero, ma la morte lo ha privato di questo piacere. In te ribolle il suo stesso sangue: trova la tua strada e fatti onore».
Il ragazzo rimase impietrito. Era lieto di avere ricevuto quel dono, ma con l’ultima frase la madre lo aveva congedato: non ci sarebbe stato più posto per lui in quella casa.
Disse ancora la vedova che tutti le avrebbero dovuto versare una piccola quota, quando possibile, per il mantenimento suo e dei loro fratelli.
Acconsentirono.
Quando i maggiori lasciarono la casa, Oleg si accostò alla donna.
«Addio mamma», disse col groppo in gola, «partirò questa sera stessa».
La madre lo abbracciò, con la mano gli accarezzò i capelli e infine lo baciò sulla fronte. Non fu il solito abbraccio frettoloso, ma stretto e prolungato.

Oleg entrò nella stalla col viso rigato di lacrime e trovò suo fratello maggiore a osservare il cavallo.
«Bello questo animale, te ne vuoi liberare?»
«Eh?»
«Potrei prenderlo io. Mi servirebbe al mulino. Te lo posso pagare due monete d’oro e dieci d’argento».
«No».
«Come no? È vecchio ormai. È un buon prezzo e potrai restare con la mamma».
«No».
Suo fratello non gli aveva mai parlato così a lungo. Era andato via di casa quando lui era ancora piccolo. «Ci vuoi provare davvero, non è così? Vuoi davvero diventare un guerriero come papà!», gli disse con un mezzo sorriso.
Oleg prese in mano lo spadone ormai suo. Era molto pesante. «Ho paura, ma ora ho questa spada, questo cavallo. Papà credeva in me, voglio tentare».
«Ti è sempre piaciuto occuparti delle armi di nostro padre, lo ricordo bene. Forse questa è davvero la tua strada». Gli diede una pacca sulle spalle e si allontanò.
«Grazie, fratello», disse una volta rimasto solo.

Le armi del padre le conosceva bene, ma la madre aveva parlato anche di un baule. Lo trovò nella stalla: era vecchio, di legno, con su scritto Oleg.
Quando lo aprì ci trovo un’altra spada, un’armatura di cuoio usata e un mantello. L’armatura era della sua misura, il mantello era spesso e di tessuto ricercato, ma quando lo indossò s’accorse che era troppo corto, arrivava a coprirgli a malapena il sedere.
Un vero peccato! Un mantello così bello, così raffinato eppure così corto.
Un altro, al posto di Oleg, lo avrebbe riposto nuovamente nel baule, ma era un regalo del padre, caldo e morbido, così decise d’indossarlo.

Al suo rientro in casa trovò sul tavolo un fagotto con del cibo e una lettera. Prese solo la lettera e se ne andò. Appoggiato a un tronco in riva al fiume, durante la sua prima notte all’aperto, l’aprì. La scrittura della madre era graziosa e minuta.
Caro figlio mio, è stato un dolore dirti di partire, e un dolore ancora più grande darti le armi di tuo padre. Ma lui voleva così. Agli altri ho chiesto dei soldi per il mio mantenimento e per quello dei loro fratelli, a te chiedo solo una cosa: resta in vita. E torna un giorno a riabbracciare la tua vecchia madre.
Oleg pianse.

La prima missione del giovane guerriero fu scortare una carovana di mercanti per due monete d’oro. Aveva l’armatura giusta e le armi giuste, ma venne subito preso in giro per il suo mantello corto.
Il viaggio sarebbe durato sei giorni, ma al quinto, mentre sonnecchiava accanto al fuoco con gli altri mercenari, una voce allarmata lo sveglio: «Attento! Ci sono degli intrusi!».
Si svegliò di soprassalto con il cuore che martellava nel petto.
Era buio, il fuoco era ridotto a qualche brace. S’alzò spada alla mano e s’accorse d’essere l’unico in piedi: dormivano tutti.
Chi lo aveva svegliato? Aveva forse fatto un sogno?
Stava per accovacciarsi di nuovo vicino al fuoco, quando udì un rumore tra i cespugli. Osservò con attenzione: qualcosa si muoveva e non era un animale.
«Nemici! Ci attaccano!», urlò con tutto il fiato che aveva in corpo.
I guerrieri si destarono e, più veloci di un battito di ciglia, si avventarono contro due figure che, dai cespugli, fuggivano rapide verso il bosco.
Si rivelò non essere una grande minaccia: un paio di Goblin in avanscoperta. Questo significava però che i loro compari non erano troppo lontani, meglio quindi svegliare tutti e rimettersi in viaggio.
Al momento del pagamento, il mercante che lo aveva ingaggiato gli diede le due monete d’oro pattuite più dieci d’argento per aver scoperto le malefiche creature: la stessa cifra che gli era stata offerta per il cavallo. Era felice per quella somma, ma pensare al fratello lo colmò di nostalgia.
Mentre affogava i suoi dispiaceri nella locanda locale, la storia del Guerriero dal Mantello Corto ma dall’orecchio fino aveva già fatto il giro della città.
Il giorno seguente ricevette tre offerte di lavoro.

Era di scorta a una carovana che avrebbe impiegato quindici giorni ad arrivare a destinazione. Un incarico lungo e ben pagato.
Era il settimo giorno, dovevano attraversare un passo tra le montagne. Il sentiero si stringeva in modo deciso ed era fiancheggiato da alberi e alti cespi.
«Attento, dietro ai cespugli ci sono almeno venti guerrieri!» Oleg udì di nuovo quella voce alle sue spalle, la stessa che l’aveva avvertito del pericolo giorni prima.
Si voltò, era in coda alla carovana e dietro non c’era nessuno.
Doveva capire chi avesse parlato e perché solo lui sembrava averlo sentito. Ma se fosse stato vero quello che la voce aveva dichiarato, se ci fossero stati davvero dei banditi pronti ad aggredirli?
Non poteva rischiare. Spronò il cavallo fin ad arrivare in testa al convoglio.
«Dietro ai cespugli ci sono dei guerrieri!», disse al mercenario in comando.
Con pochi gesti l’uomo chiamò a raccolta più uomini possibili.
«Incendiate i cespugli, sono secchi e tutti attaccati, bruceranno in fretta. Chi vi è nascosto scapperà e le balestre parleranno per voi!»
Oleg annuì, era un consiglio sensato, ma nessuno pareva averlo pronunciato e nessuno sembrava averlo sentito.
Ancora quella voce?
Ripeté comunque quanto udito parola per parola.

I mercenari presero posizione, imbracciarono le balestre e scagliarono dardi infuocati nei cespugli. Quando questi avvamparono, i guerrieri nascosti tentarono la fuga, ma altri dardi colpirono senza alcuna pietà.
Oleg divenne l’eroe del giorno. Ebbe l’onore di cenare con i mercanti, anziché mangiare la solita cena frugale insieme ai mercenari.
Quando calò la notte chiese di poter fare il primo turno di ronda: doveva capire da dove proveniva quella voce che pareva non abbandonarlo.
Si allontanò dal campo senza perderlo d’occhio e quando fu sicuro d’esser solo, «Allora si può sapere chi sei?», disse, «Perché so che ci sei, ma non riesco a capire dove. Sei uno spettro?».
Si sentiva uno stupido, probabilmente non avrebbe avuto nessuna risposta.
«Il mio nome è Lord Daniel Lyan.», sentì alle sue spalle. «Un tempo ero un valoroso guerriero. Il migliore. Non avevo rivali nella spada, non c’erano bersagli che le mie frecce non colpivano. Ma diventai vanesio, iniziai a prendermi gioco degli amici e a burlarmi dei nemici ai miei piedi. E fu proprio una di queste, una maga sconfitta, che mi maledisse. “Finché non aiuterai qualcuno mille volte, resterai così!”, disse e sentii il mio corpo trasformarsi in altro: in uno stupido mantello. Ma non un bel mantello da cavaliere, no! Un inutile mantello corto!».
Non appena udì quella frase, Oleg si tolse il mantello e lo appese al ramo di un albero. Si guardò intorno per essere certo che non fosse uno scherzo, ma la voce riprese e veniva proprio dall’indumento. «Un mercante mi trovò a terra e mi infilò in un baule. Ho passato anni lì dentro. Ogni tanto qualcuno m’indossava, vedeva quanto ero ridicolo e mi rimetteva a posto. Tu sei stato l’unico a tenermi e ho iniziato ad aiutarti. Tre volte, ne mancano novecentonovantasette. Ora che vuoi fare? Lasciarmi qui attaccato? Posso esserti d’aiuto».
«No, ti ho tolto per poter parlare come si fa con una persona vera. Ho molto da imparare da un guerriero qual dici d’essere e spero tu possa insegnarmi. Anche questo è considerato un aiuto, no?»

La carovana arrivò a destinazione e le quotazioni del Mercenario dal Mantello Corto aumentarono ancora.
Il ragazzo svolse molti altri incarichi e nei momenti di pausa prendeva lezioni dal guerriero intrappolato nel mantello.

Passò diverso tempo. Una notte Lord Daniel annunciò che la maledizione era terminata.
«Mi dispiace separarmi da te, amico mio. Grazie per tutto l’aiuto che mi hai dato. Cosa devo fare?»
«Stendi il mantello sul terreno, io vi apparirò sopra. Non appena farò un passo fuori da questo, tornerò uomo».
Oleg era in un piccolo boschetto, stese il mantello a terra e fece due passi indietro. In mano aveva un sacco con diverse monete d’oro. Aveva sempre diviso in due i proventi degli incarichi: il regalo d’addio per il suo amico.
Una figura apparve lentamente sul mantello. Prima evanescente, poi sempre più solida.
Oleg s’aspettava un guerriero indomito, invece ad apparire fu un vecchio con barba e lunghi capelli candidi.
«Amico mio», Lord Daniel parlò e s’accorse che qualcosa non andava: la sua voce profonda era sparita, lasciando il posto a un tono stridulo. «Maledizione, sono… un vecchio! Gli anni passati, chiuso in quel baule puzzolente, mi sono stati tolti! Maledetta maga! Che tu sia maledetta per sempre!» Il vecchio iniziò a pestare il mantello in preda alla disperazione.
Oleg lo abbracciò di colpo. «Mi dispiace per quello che è successo. Io… avevo messo dei soldi da parte per te. Prendili, potrai vivere sereno il tempo che ti resta».
Il vecchio Daniel sembro calmarsi. Si sedette sul mantello con fatica, facendo attenzione a non metterne al di fuori nessuna parte del corpo.
«Hai del vino?”, chiese al ragazzo e questi gli passò un otre.
Il vecchio bevve fin quasi a svuotarlo. Infine, lo restituì a Oleg e si rialzò.
«Il vino mi mancava. Mi ha aiutato a decidere cosa fare. Non c’è più bisogno che tu metta soldi da parte per me» e, detto questo, sparì.
«Daniel?»
«Sono qui, amico mio.» La voce, nuovamente profonda e forte, proveniva dal mantello.
«Ma… perché?»
«Perché non voglio essere un vecchio decrepito? Perché con te mi diverto, sono utile e sto vivendo una vita vera, anche se di riflesso. Ti accompagnerò, se me lo consentirai, e ti aiuterò ancora, in cambio di una promessa».
«Quale?»
«Quando morirai, ti farai bruciare avvolto nel tuo mantello corto. Vivere due vite mi è sufficiente».
Passarono gli anni. Un cavaliere in armatura luccicante spronò il suo cavallo bianco giù dalla collina dove sorgeva un mulino. Attraversò i vigneti, un piccolo meleto e si diresse verso una vecchia casa.
Una donna anziana con un grembiule infarinato stava stendendo i panni circondata da quattro bambini, troppo piccoli per essere suoi.
La donna vedendo il cavaliere vi si accostò.
Il cavallo era di razza e doveva costare molti denari, così come l’armatura lucente. L’unica nota stonata era il mantello un po’ troppo corto.
«Perdonatemi mio signore, vi siete forse smarrito?»
«No, cercavo proprio voi».
«Me?»
Il cavaliere si tolse l’elmo, rivelando un uomo con una corta barba nera e gli occhi lucidi.
La donna non capiva. Strinse lo sguardo nel tentativo di ricordare quell’uomo così alto e vigoroso.
«Mamma, sono Oleg».
La donna portò le mani al volto: la bocca aperta dallo stupore.
Si abbracciarono, e non fu un abbraccio frettoloso, ma un caldo abbraccio, stretto e prolungato.

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