IL FRUTTO DELL’ALBERO DEL DIAVOLO

Autore: Francesco Cesaroni
GdR: Shadow of the Demon Lord

«Jensen dove corri?»

Jensen è il più svelto dei suoi fratelli, il più curioso.

«Sembra un melograno… ma i colori sono… diversi».

Marie fece per punzecchiare il frutto, caduto a terra, da chissà dove, con il bastone raccolto un centinaio di metri indietro, dove crescevano gli ultimi alberi, grigi fratelli sterili, cinti intorno a quella radura, timorosi di metter piede oltre.

Jensen le afferrò la mano per bloccarla.

«Sembra che si stia muovendo», disse, sfilando poi il rametto dalla piccola mano della sorella, spingendolo nel cuore del frutto misterioso.

«Ma che schifo!» Marie rabbrividì, contorcendosi di disgusto alla vista di tutti i vermi che si riversarono fuori dalla buccia squarciata del pomo.

«Hahaha, sei una femmina Marie»; come fosse un insulto, Jensen si rivolse alla sorella, il giovane volto era contorto in un ghigno, cornice orribile al luccichio palpitante di occhi fissi sul frutto corrotto. Sembrava che il cuore stesso del giovane ragazzo volesse uscire dal petto per dargli un morso; un purosangue lanciato al galoppo, ogni respiro sospeso a privare l’appoggio consueto alla calma.

La sera del giorno seguente.

Gli uomini, in alternanza al sole calante che spariva in un cupo tramonto, tornarono al villaggio al termine della loro cerca; il frutto riportato da Jensen e Marie aveva messo in allarme tutti.

Fu subito costituito un gruppo per trovare spiegazioni sul luogo indicato dai due Cariott, ma incapparono solo in altri dubbi: altri tre frutti simili al melograno vennero portati indietro, come quello infilzato da Jensen, anche questi brulicavano di vermi.

«Frutti del demonio, phtu!» esclamò la folla, «La maledizione per le devianze vostre che sono!»

«Maledetto sei tu, zotico ignorante».

Questo e altro fu detto, perché il seme in seno al frutto germogliò subito, nelle fertili venature di malvagità dell’anima umana. La discordia sbocciò sotto gli occhi increduli dei bambini come Marie, immuni al maligno.

Ma il fiore più rigoglioso lo si poté ammirare nelle maschere di verde, brillante sadismo di coloro che abbandonavano la fanciullezza e si affacciavano sull’età adulta, ragazzi come Jensen, bramosi di odio.

Perché al momento di questi fatti, gli adolescenti furono messi inconsapevolmente di fronte un bivio: se ignorare il frutto demoniaco che tanto invece desideravano, o affondarci i denti come una fiera nelle carni della preda cacciata troppo a lungo.

«Piccola marmocchia, ferma!» la voce uscì dal mucchio di vesti informe addossato al muro della chiesa del Nuovo Dio.

Marie si girò di scatto, sorpresa e in lacrime.

«Vecchio Carota, mi hai spaventata».

Lo straccione sembrò non curarsi del rimprovero, e nascosto nel fagotto dei suoi cenci luridi continuò: «Devi fuggire di qui, non siete più al sicuro, nessuno lo è».

Pochi giorni dopo.

La bambina trattenne l’ultima lacrima, chinando il capo di lato, come a voler prestare orecchio ad altre parole del vecchio, singhiozzando: «Mamma ha ammazzato papà e adesso io non ci torno la… anche Jensen…»

Da sotto il cappuccio due occhi glaciali freddarono l’atmosfera. «Devi stare lontana da tuo fratello», il tempo si fermò, colto alla sprovvista da quelle parole, «e dagli altri giovani-adulti, da coloro che desiderano l’altro, da chi subisce il fascino della lussuria per la prima volta».

Gli occhi della bambina si fecero due fessure, feritoie di una roccaforte da cui scagliare negazione alla possibilità che il poveraccio avesse ragione, che la sua vita si fosse fatta seme beccata dal destino corvo, prima di mettere radici e germogliare.

«Tu sei matto, lo sanno tutti! Jensen è sempre mio fratello».

«Non più, piccola».

«Falla finita vecchiaccio!»

«Non posso, non posso finirla, non più. Tu puoi aiutarmi anche se ancora non lo sai».

La bambina scappò via, spaventata dai pensieri che quelle parole innestarono nella sua mente. Si voltò solo un attimo per guardare il vecchio Carota che, come sempre, rimaneva rannicchiato contro il muro, anche sotto la pioggia, come sempre, da quando aveva memoria per ricordare.

Un pugno di denti marci gettati in terra, le case del villaggio apparivano bocca di un mostro famelico che, sbucando dal sottomondo, divorava la speranza e la voglia stessa di vivere della gente.

Il legno putrido delle baracche sembrava reggersi in piedi più per le incrostazioni di merda e sangue che per altro; le nuvole si addensavano in un ciclopico grande occhio, che alla vista di quella desolazione riversava il suo costante, flebile pianto di piovisco, reso rosso dallo sfondo di un pigro tramonto, di un sole che non aveva più pena di assistere a quello spettacolo.

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