IL CONFINE DEL BENE E DEL MALE

Autore: Nicola Barsotti
GdR: Anime e Sangue: Scaglie di Drago

Gli umani sono davvero stupidi! Non importa quanto fai per loro, quanto sangue versi pur di difenderli, pur di tenerli al sicuro. Se ti metti contro qualcuno con amicizie nella nobiltà, che dispone di denaro sufficiente a corrompere chi vuole ed è anche abile nell’oratoria, non importa quanto vile, meschino e vigliacco sia, gli umani ti volteranno le spalle, marchiandoti come unico responsabile di tutte le loro sciagure.
Nel mio caso, un’elfa, mi sono state tagliate le punte delle orecchie e inferti due tagli che scorrono dalla fronte alle guance fino a formarmi una croce sul viso.

«Con questi segni anche la tua razza ti riconoscerà come una traditrice!», con tali parole si espresse l’opulento mago.
Ricordo ancora l’espressione soddisfatta sul suo volto tondo e barbuto, messo in risaltato dal diadema incastonato di topazi. Vestiva costose tuniche di seta e si subissava di gioielli e talismani, costati la vita a brava gente. Sosteneva che ogni artefatto recuperato che indossava aumentava il suo potere, così da proteggere al meglio tutti i suoi concittadini dal male che imperversava in quei territori. Il sacrificio di quelle persone era servito per adempiere a un bene superiore. Ma era una menzogna e lo gridai forte davanti a tutti.
Dissi che era uno schifoso bugiardo, che non gli importava né dei morti, né del villaggio. E non mi limitai a gridare: cercai di ucciderlo.
Anche se tutti sapevano che stessi nel giusto, mi fermarono. Scelsero di stare dalla parte del mago.
Mentre le guardie mi bloccavano, quel grosso ammasso di sterco mi si avvicinò e disse: «Io ho salvato Verdemare dagli abomini delle Terre Oscure innumerevoli volte. Niente di quello che potresti fare tu, in mille anni della tua vita, eguaglierebbe mai le mie gesta».
Nessuno parlò in mia difesa.
Li avevo tenuti al riparo, protetti, e loro, come ricompensa, mi avevano mutilata, sfigurata e condannata all’impiccagione.

Venni imprigionata in attesa dell’alba: momento in cui sarebbe stata eseguita la mia condanna a morte.
Mi rifiutavo di accettarlo: dovevo dare al mago quello che si meritava con le mie stesse mani, anche fosse stata l’ultima cosa che avessi fatto in vita.
Nonostante le ferite inflitte, il mio corpo era ancora piacevole. Sedussi i miei carcerieri. Aprirono la cella.
Avevo quella sola occasione e non l’avrei sprecata.
Sfilai il pugnale all’uomo piegato su di me, il primo che s’avvaleva delle mie grazie. Lo sgozzai con un taglio netto, nel pieno dall’estasi. Passò all’altro mondo senza neanche accorgersene. Prontamente assestai un calcio alla gamba della seconda guardia, troppo eccitata e intenta a tirarselo fuori per accorgersi d’altro. Cadde a terra. Non gli diedi il tempo di urlare che gli riservai lo stesso trattamento del compagno.
Uscendo, riuscii a recuperare alcune delle cose che mi erano state sottratte, eludendo guardie dopo guardie. Nel medesimo modo riuscii a intrufolarmi nella casa del mago.
Russava beatamente nel suo letto, il porco, circondato dai suoi costosi artefatti.
Gli montai sopra e gli torsi il naso.
Fu immediato: strabuzzò gli occhi, spalancando la bocca per la sorpresa.
Afferrai la sua stessa collana ingioiellata e, con un gesto rapido, gli ficcai il pendente giù per la gola.
Mugugnava e tossiva, il bastardo, spruzzandomi in faccia sangue e saliva. Cercava disperatamente di liberarsi dalla mia presa stringendo e graffiando.
Lo guardavo negli occhi, contemplando ogni secondo della sua agonia e del suo terrore, mentre, bloccato sul letto, si dibatteva nel disperato tentativo di attaccarsi alla vita.
Emise un lamento soffocato in fine e smise di muoversi.
Fissai ancora per qualche secondo quella faccia ormai irriconoscibile: contorta in una smorfia di paura, macchiata di sangue e bava, con la bocca spalancata dalla quale pendeva la catena d’oro.

Lasciai il villaggio quella stessa notte. Ciò che venne dopo furono fughe e altre uccisioni.
Gli umani nelle loro armature scintillanti mi braccarono senza sosta, guidati dal loro Lord, guardia del corpo del mago, a cui l’avevo fatta sotto il naso e che mi aveva giurato vendetta.
Esausta, tornai nel mio luogo di origine, il reame elfico di Shaffar.
Raccontai l’accaduto al Verde Consiglio. Sentenziarono che non meritavo clemenza, avevo stroncato una vita, poco importava chi fosse, andava contro le tradizioni. Ogni creatura vivente è sacra agli elfi, perciò mi esiliarono nelle Terre Oscure, a uccidermi sarebbero stati gli orchi e gli altri abomini che vi abitavano.
Fui condotta all’ingresso dello Stretto delle Zanne, dove termina Verdemare e iniziano le Terre Oscure. Mi furono consegnate acqua e provviste, una mappa, un coltello e una spada.

Vagai lungamente nello Stretto delle Zanne, viaggiando di giorno e riposando qualche ora durante la notte. Tuttavia commisi un grave errore: avevo creduto che gli umani non mi avrebbero braccata in quei luoghi. Li avvistai sul limitare della sera: erano in otto nella loro bella armatura, armati di tutto punto, al comando di Eckhardt Von Willenbrand, l’uomo che mi aveva dato la caccia per tutto quel tempo. Proprio lui con il suo mantello blu, il volto perfetto, la barba curata e i lunghi riccioluti capelli biondi che gli ricadevano sulle spalle.
Ero stanca di scappare, erano in troppi, sarei morta in ogni caso, che fosse avvenuto per mano loro o a causa di quelle terre inospitali.
Li attesi nel mezzo del sentiero, senza nascondermi.
Non passò molto prima che i prodi cavalieri mi si palesassero dinanzi.

«Ti sei spinto fin qui solo per trovarmi? Sono lusingata!».
Lord Von Willenbrand alzò il pugno e fermò la marcia dei suoi uomini. Scese da cavallo. «Non scappi elfa?».
«No», un semplice no, dissi, mentre i miei sensi allertarti avvertivano altre presenze osservare la scena, ma ormai non mi importava più di nulla.
Sollevai la spada puntandola verso il cavaliere: «Che ne dici di un duello? Un finale perfetto per questa storia, o hai troppa paura per affrontarmi da solo e vendicare la morte di quel sacco di sterco?».
Scoppiò a ridere. «Pensi che mi abbasserò a combattere in duello contro di te? Questa è la realtà, elfa, non il racconto di gesta eroiche. Ti uccideremo e porteremo a termine la missione. Tutto qui. E lo faremo perché hai messo in discussione la nostra autorità con il tuo atto abominevole. È giusto che tu muoia e morirai. Noi siamo gli eroi, i vincitori! Mentre tu… non sei niente».
Rimasi impassibile.
Con un cenno della mano, il Lord si rivolse ai suoi cavalieri: «Signori, potete spassarvela un po’ con lei, prima d’ucciderla. Il viaggio di ritorno, fino a Fortezza Avventura, è lungo ed è giusto che vi svaghiate prima d’incamminarci».
Risero all’unisono.

Che idioti! Neanche si erano accorti che eravamo circondati.

Di colpo, tre arcieri, nelle retrovie, caddero da cavallo trafitti da frecce.
Le risa terminarono.
Un grido bestiale squarciò l’aria: «Morte ai Pellebianca!».
Un gruppo di orchi Zanne Nere, in sella a creature che non avevo mai visto prima, caricarono i cavalieri.

Eckhardt Von Willenbrand era mio! Niente e nessuno mi avrebbe negato il privilegio d’ucciderlo.

«Uomini serrate i ra-argh!» Il Lord non terminò la frase. Cadde in terra colpito alla gamba dalla mia spada, mentre tentava di risalire a cavallo.
Rapida gli ficcai la mia lama in bocca, trapassandogli il cranio. «Avresti fatto meglio ad accettare il duello», sentenziai, mentre i suoi occhi si offuscavano.
«Da questa parte!», urlarono nella mia lingua natale.
Il tempo di voltarmi e mi trovai davanti un elfo con le mie stesse identiche cicatrici sul volto e la punta delle orecchie recisa.
M’indicava un nascondiglio tra le rocce. Non me lo feci ripetere due volte.

Gli orchi finirono i cavalieri umani, li fecero a pezzi e ne divorarono arti e organi.
«Andiamo!», m’intimò l’elfo al mio fianco con un gesto, incurante della presenza di quelle creature sul campo di battaglia.
Uscimmo dal nascondiglio.
L’orco più grosso si voltò verso di noi e si avvicinò. Indossava una corazza di metallo nero con degli spallacci a forma di teschio. Il cranio calvo era ricoperto da tatuaggi e cicatrici, una delle zanne nere che gli spuntavano dalla bocca era decorata con un anello d’oro, la forma della folta barba nera dava l’impressione che la mascella fosse la parte più grande della testa.
L’elfo si rivolse all’orco: «L’ho vista uccidere il loro comandante, Kurbag».
L‘orco mi fisso e fiutò l’aria. «Il tuo nome, elfa!», tuonò con voce roca.
«Morweth. Mi chiamo Morweth», risposi sorpresa.
«Morweth», ripeté quasi stesse assaporando ogni singola lettera del mio nome. «Morweth potrebbe essere una di noi».

Mi costrinsero a seguirli. Aleriss, l’elfo che mi aveva aiutato, mi spiegò che non ero la prima corrotta ad arrivare nelle Terre Oscure e, come altri prima di me, sarei stata sottoposta a una prova. Se l’avessi superata sarei stata accettata nel clan di Kurbag, altrimenti avrei fatto la stessa fine dei cavalieri umani.
Ero stupita.

Arrivammo all’accampamento degli orchi. Rimassi sconcertata quando notai tra le tende alcuni goblin, mostruosi troll e persino un umano privo delle mani. Dubitai che fossero stati gli orchi, arrivava a tanto dunque la stupidità umana?
Un orco ubriaco, non appena mi vide, tentò di uccidermi. Kurbag gli spappolò la testa a suon di pugni e testate.
Non mi sconvolse quella brutale uccisione, non quanto l’idea che quello che un tempo avrei considerato un nemico, mi aveva appena difesa. Che ironia!

La mia prova era semplice: uccidere in combattimento un orco, così era consuetudine in quelle terre. Non fu difficile, ma non riuscì a recidere del tutto la testa al mio avversario.
Kurbag strappò una zanna dal cadavere e la consegnò allo sciamano del clan. Questi ne fece un pendente che mi venne messo al collo.
«Una di noi!», gridò Kurbag, in quell’esatto istante.
«Una di noi! Una di noi! Una di noi!», echeggiarono a loro volta le voci degli altri orchi del clan.

Vuoi scaricare la versione in pdf del racconto? Compila questo form

I campi contrassegnati da una * sono obbligatori.

Vota il racconto!

Ora tocca a te!
Ti è piaciuto il racconto? Esprimi un giudizio da una a cinque stelle. Fra i racconti selezionati dalla redazione, quello che otterrà il punteggio più alto sarà pubblicato sul primo numero della rivista Turno Zero.