Ardore Laura Bolognetti

ARDORE

Autore: Laura Bolognetti
GdR: Ars Magica
Impostazione grafica e impaginazione: Anna Pittone
Editing: Claudia Borgia
Correzione di bozze: Valeria Bottiglieri

Era buio ed era infastidita. L’umidità le attaccava riccioli di capelli alla fronte, ma non era questo a disturbarla. Era la brezza notturna a non piacerle. Odiava il freddo e odiava stare sola, perché più le persone si allontanavano da lei, più il freddo aumentava.

Aveva sonno e non voleva stare lì, ma quella notte tutta la sua famiglia aveva deciso di andare fuori nei campi. Sentiva freddo e cercava riparo tra le braccia rassicuranti dello zio.

Avrebbe voluto piangere mentre con le piccole dita scostava ciocche di capelli dalla pelle. Desiderava solo tornare a casa, che tutti tornassero a casa, al caldo.

Il cielo si schiarì di colpo. Fiamme dorate si levarono nel nero della notte, rapendo il suo sguardo.

Per questo la sua famiglia era andata nei campi? Era andata a bruciare le cose?

Era piccola e non lo sapeva, ma sapeva quanto le piacesse il caldo, quello le era sempre piaciuto.

Il desiderio di piangere lasciò il posto allo stupore.

I grandi tenevano i bambini in disparte, il fuoco era così bello però, ed era così divertente lo sfrigolare della sterpaglia che si consumava.

Si staccò dallo zio per avvicinarsi, per vedere meglio il divampare delle fiamme, ma le mani dell’uomo la presero da sotto le braccia: la sollevarono come fosse una piuma e la riportarono esattamente dove si trovava pochi secondi prima, dove doveva stare.

Alla sua debole protesta, lo zio le rispose che non si faceva, che doveva rimanere indietro, che quella era una cosa da grandi. Proprio in quel momento, una goccia di luce, questo le parve: una piccola luce che fluttuava nell’aria si posò sulla mano dello zio che, tenendola per la manica del vestitino, la sgridava.

Una piccola luce e quell’uomo grande e grosso lasciò la presa e smise di rimproverarla.

«Cos’è?» domandò, indicando il pizzicotto che quella luce aveva lasciato sulla pelle dello zio.

«Una scintilla», fu la risposta, «solo una scintilla».

«Scintilla», ripeté e, come evocato, un nugolo di scintille si alzò verso il cielo.

Quanta meraviglia negli occhi della bambina.

Un soffio di vento rubò alcune di quelle faville al controllo degli adulti. Volarono leggere accanto ai piedi della piccola e fu in quell’istante, in quel preciso istante, che il destino li fece incontrare.

Lui era solo una piccola scintilla e la sua luce andava lentamente ad attenuarsi e lei non resistette. Mentre si fissavano, la bambina allungò la piccola mano. Sfiorò la terra e Lui non la bruciò, arretrando e lasciandole sfiorare solamente il suo tepore.

Era bastato uno sguardo, un tocco e la loro anima era diventata una cosa sola.

Così avvenne che, mentre lo zio non guardava, lei portò a casa con sé quel calore.

E fu il primo istante importante della sua giovane vita.

La mamma le rimboccò le coperte e le diede il bacio della buona notte. Spense la luce soffiando sulla fiammella della candela e uscì. «Scintilla», disse lei, ripensando allo spettacolo di luci e faville. E, nella tenue oscurità, si rese conto che un ricciolo di fumo bianco continuava a consumare il cordoncino della candela. Si tirò in piedi sul letto.

«Ciao scintilla», disse. Lo stoppino tornò a bruciare e a illuminare la sua stanza.

Batté le mani tra le risa e la meraviglia.

Quello fu il secondo fondamentale istante che segnò la sua esistenza.

Crebbe forte e bella, con gli occhi scuri come la terra e i capelli rossi come il fuoco che le avvampava l’anima. E Lui crebbe con lei: un amico fedele, talmente fedele da guadagnarsi un nome.

Ardore lo chiamava lei, mentre scriveva con la sua cenere lettere fuligginose nelle pagine del diario.

Ardore lo chiamò suo padre per giustificarla quando diede fuoco alla bambola della sorella perché aveva fatto la spia.

Ardore lo chiamò intimamente, mentre con la sua vampa anneriva le tende della mamma. Quelle tende che, per finirle, l’avevano fatta arrivare tardi alla festa in paese.

Ardore era il suo nome e più lui cresceva, più cresceva anche il timore nella gente.

Così la sorella, invidiosa della sua chioma, quando cominciò a perdere i capelli l’accusò di averle lanciato una maledizione. Il dolore le dilaniò il petto nel rendersi conto che, cercando conforto nello sguardo della madre a quelle parole, trovò delusione e rassegnazione.

E suo padre, l’uomo che l’aveva sempre difesa, quando il raccolto marcì disse che il cielo lo stava punendo per aver cresciuto una figlia come lei.

E tornò il freddo. Non contò le lacrime versate, mentre correva a perdifiato nel bosco.

Nella testa, le parole dei suoi cari e le cattiverie sussurrate dai paesani quando credevano non sentisse, erano improvvisamente diventate assordanti.

I vestiti si impigliavano nelle sterpaglie, rallentandone la fuga. I piedi, d’improvviso, incespicarono su loro stessi. Rovinò a terra, stanca. Affannata, guardandosi attorno, ogni albero le sembrò uguale agli altri, ogni cespuglio simile ad altri cento, troppo lontana dalle vie battute per ritrovare la strada di casa. E la notte si chiuse scura su di lei.

Il buio l’avvolse con dita gelide e più aveva freddo, più la paura cresceva.

Un ululato non troppo distante la mise in allerta. Un secondo, più vicino del precedente, la fece tremare. Un frusciare fugace tra i cespugli le suggerì di alzarsi e correre.

E corse di nuovo, a perdifiato nell’oscurità, ancora più disperata. Talmente spaventata da non sentire i rovi graffiarle la pelle.

Ma durò poco. Mille artigli l’atterrarono. Ringhi sommessi soffocavano la loro ferocia nelle sue vesti. Un bagliore. Il fuoco avvampò furente e quel branco famelico fuggì guaendo.

Lui l’aveva protetta. Con la sua luce la guidò al riparo. Tornò il calore e lei capì di essere al sicuro.

I giorni si susseguirono repentini. Nessuno andò a cercarla, ma andava bene così: aveva Ardore a difenderla e non le serviva altro.

Lui era luce nel buio, era colore quando tutto fuori gelava. Era la forza che la difendeva e che le procurava il cibo.

Tutto andava bene, tutto, fin quando non sentì uno schioppo di fucile e le voci entusiaste di giovani cacciatori. La nostalgia si fece largo in lei.

Si avvicinò incauta. Era così tanto che non vedeva altre persone. E mentre sbirciava nascosta tra le fronde: «Salve», le giunse alle spalle.

Si voltò di scatto. Il cuore batteva come impazzito, ma si quietò all’istante quando vide quel ragazzo sorriderle.

«Mi chiamo Jason, e tu chi sei?»

Quello fu il terzo e più importante istante della sua vita.

Così ci fu solo Jason.

Jason e le sue promesse. Jason che la riportava indietro, che le dava la vita che le avevano negato. Jason che la faceva sentire normale. Jason che diceva di amarla e che, stringendola tra le braccia, annichiliva la sua fiamma e allontanava il suo Ardore.

Questo, finché ad ardere non fu la sua casa; quella casa costruita insieme all’uomo che diceva di amarla e che invece trovò con Rosemary nella stalla. La lanterna che portava con sé riversò la sua fiamma sulla paglia, e fu proprio la stalla a bruciare per prima, insieme a Rosemary e al pusillanime che l’aveva ingannata.

Tutto quello che credeva suo arse quella notte, mentre la città dormiva. Tutto, tranne il suo orgoglio.

E quello fu il quarto istante fondamentale della sua esistenza.

«Strega!» gridò la madre di Jason.

Qualcuno le sputò addosso, mentre altri accatastavano la legna.

«Assassina!» la chiamarono, ma non fu quello a farle male. Fu il freddo che sentiva dentro, quel freddo che era tornato a gelarle il petto.

E le fiamme le morsero la carne come cani famelici, strappando e dilaniando il suo spirito con una rabbia e una voracità che comprendeva bene: sapeva quanta sofferenza causava il tradimento, eppure aveva tradito per prima ed era lui adesso a prendersi la sua vendetta.

Lui che le era sempre stato vicino e che lei aveva ripagato abbandonandolo.

Eppure si erano amati così tanto. E una parte di lei ancora lo amava, era stata solo abbagliata da altre fiamme. Fiamme che non ricordava l’avessero mai scaldata davvero.

E lui? Lui poteva dimenticare?

Lui, l’unico che l’aveva sempre protetta.

Lui, Ardore.

E, mentre lo sguardo perso inseguiva le faville della legna salire nel fumo del rogo, «Scintille», sussurrò. E quell’abbraccio infuocato smise di fare male. E sorrise, perché lui l’aveva perdonata.

Fu l’ultimo momento importante della sua esistenza. Perché, a conti fatti, l’unica cosa che lei aveva sempre amato davvero era appiccare il fuoco.

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